“L’amore rende felici, non lascia lividi”

karadole cristina“L’amore rende felici e riempie il cuore, non rompe costole e non lascia lividi sulla faccia. Pensiamo mica di avere sette vite come i gatti? No. Ne abbiamo una sola. Non buttiamola via”.

Mi piace esordire così, citando Luciana Littizzetto, una grande comunicatrice che ha lanciato un importante messaggio sul tema, in un Paese dove dall’inizio dell’anno ci sono stati oltre 60 femminicidi.

Mi piace esordire così perché la comunicazione in questo caso è fondamentale e lo sanno bene le volontarie della Casa delle Donne di Bologna che dall’inizio dell’anno hanno ricevuto già 600 richieste di aiuto.

Loro che hanno dato vita a un blog, ma non si tratta di un semplice blog, perché questo nasce da 28 anni di ricerche, nasce dal lavoro di donne che con il tema della violenza si confrontano ogni giorno. E questo blog si chiama “Femicidiocasadonne”. Il suo messaggio più importante? Uscire dalla violenza è possibile. Ne parliamo con Cristina Karadole, coordinatrice con Anna Pramstrahler del gruppo che effettua le ricerche e gestisce il blog.

Femicidio e Femminicidio: partiamo da questi due termini così simili, qual è la differenza?

Il femicidio è la forma estrema di violenza contro le donne e le bambine (quindi appartenenti al genere femminile) che culmina nella loro uccisione. E’ un termine di derivazione anglosassone: infatti è negli anni ’70 che nei Paesi anglosassoni il fenomeno è stato ampiamente analizzato grazie a studiose come Diana Russell e Jane Campbell al punto da avere una definizione e un fondamento come categoria sociologica e politica.

Il termine femminicidio deriva invece dallo spagnolo ed indica tutte le forme di violenza che la donna subisce, a livello fisico, psicologico, economico, simbolico ed anche istituzionale, è sinonimo di violenza di genere, ma ha una connotazione più forte di questa perché mette in evidenza come tali tipi di violenza possano portare all’estremo epilogo, la morte appunto della donna.

Quanto è importante la relazione tra questi due termini?

E’ evidente che parlare di femicidio e femminicidio, non solo consente di mettere in relazione il fenomeno della violenza e quello delle uccisioni delle donne, che spesso giungono a conclusione di lunghi anni di maltrattamento, ma ci consente altresì di evidenziare come si tratti di fenomeni che hanno una natura di genere, che non sono neutri, che riguardano solo una parte degli esseri umani, le donne appunto, e derivano da una storia di sopraffazione e discriminazione che ha origine antiche, e in questo senso vanno compresi e indagati, oltre che contrastati.

Chiarito questo primo fondamentale punto, veniamo al blog. Come nasce?

Il blog nasce dalla volontà di offrire ai media – che spesso ci sollecitano in questa direzione –  e all’opinione pubblica informazioni sul fenomeno del femicidio (sia le nostre ricerche, sia i contributi che spesso portiamo in dibattiti pubblici sul tema o che altri elaborano e che noi analizziamo) con lo scopo di stimolare una consapevolezza maggiore e un’informazione appropriata sui femicidi.

Al tempo stesso nasce con l’intento di sensibilizzare le donne che subiscono violenza sul pericolo che esse corrono, in particolare sottolineando che la violenza nella sua forma estrema porta al delitto, ma soprattutto che c’è anche una via di scampo. Ci sono infatti donne che nei centri antiviolenza lavorano con loro e per loro e che possono offrire supporto e aiuto concreto per uscire dalla violenza.

I risultati e i dati di 28 anni di ricerche, sono davvero tanti. Sono anni e anni di esperienza e lavoro sul campo. E siete soprattutto l’unica associazione che ha fatto un lavoro di questo tipo. Perché è così importante la ricerca?

La ricerca è fondamentale perché solo se si hanno a disposizione i numeri relativi  a un fenomeno, e prima ancora le parole per nominarlo, quel fenomeno esiste. Per poter parlare di prevenzione e contrasto al fenomeno è necessario conoscerne le proporzioni e le caratteristiche.

Qual è la situazione a livello legislativo? A volte, dalle testimonianze di alcune donne vittime di violenza con cui ho avuto occasione di parlare, l’impressione è che le forze dell’ordine sottovalutino la gravità delle situazioni

La situazione a livello legislativo nel nostro Paese non è a nostro avviso il nodo cruciale della questione: nel 2009 è stata approvata una legge che introduce il reato di stalking modificando in parte la legge sulla violenza sessuale del 1996.

In questi giorni è in corso di conversione il decreto legge contro il femminicidio; nel nostro codice penale esistono tipologie di delitti che puniscono le condotte criminose che hanno a che fare con violenze e maltrattamenti contro le donne.

Nel 2004 è stata approvata la normativa sugli ordini di protezione e di allontanamento del maltrattante dal domicilio in cui vive la donna, misura che può essere richiesta anche dal giudice civile oltre che da quello penale.

Diciamo che il nostro ordinamento giuridico offre sulla carta molti strumenti di protezione delle donne, quindi il punto non sta tanto nel rafforzare il sistema punitivo, tanto più considerando la violenza come un’emergenza, essendo essa invece un fenomeno strutturale, quanto piuttosto quello di modificare radicalmente il contesto culturale in cui sopravvivono atteggiamenti che condonano la violenza, in cui la donna non è creduta o presa sul serio.

Non sono infrequenti i casi di donne che sono state uccise e che avevano denunciato, avevano cercato la protezione dalle forze dell’ordine, ma non l’hanno ricevuta, così come ancora tanto spesso le donne che si rivolgono ai nostri centri ci raccontano del carabiniere o del poliziotto che hanno suggerito loro di fronte a denunce di maltrattamenti di tornare a casa e “far pace” col marito.

Quello di cui abbiamo bisogno è quindi di contrastare questa cultura, in primis formando gli operatori, i giudici, le forze dell’ordine, i sanitari, spesso anche gli operatori sociali, e poi in generale lavorare sulla prevenzione e sui giovani, perché facciano propria una cultura del rispetto e del riconoscimento dell’altra.

 Ricerca e sistema legislativo: può la prima aiutare il secondo per una migliore gestione del problema della violenza? Ci sono azioni/progetti per poter “bussare alle porte della legge” e far sentire la voce di chi lavora quotidianamente in questo campo?

Azioni e progetti, come dicevo prima, i centri antiviolenza ne hanno in campo moltissimi. Il problema è che se la legge (come accade nel nostro Paese) non stanzia fondi per attuarli, non può che rimanere una mera dichiarazione di principio.

Abbiamo bisogno di risorse per aiutare le donne a costruire i loro percorsi di autonomia e uscita dalla violenza, che richiedono spesso anni di lavoro, per accoglierle quando devono mettere in salvo le loro vite e spesso anche quelle dei loro figli, per far fronte alla dipendenza economica dai mariti. Così come abbiamo bisogno di investimenti per formare gli operatori, per una formazione che sia globale e continua, mentre ora è messa in campo solo da alcuni enti, solo a vantaggio di alcuni operatori. Così come servono fondi per lavorare sulla prevenzione nelle scuole e non da ultimo per la ricerca, per monitorare il fenomeno che, anche grazie ai cambiamenti nel sistema delle comunicazioni e nelle relazioni portati dalle nuove tecnologie, può assumere forme nuove.

Come si può contribuire al blog e alle attività dell’associazione?

Al blog si può contribuire mandandoci contributi, segnalazioni, commenti che siamo ben liete di ricevere e di pubblicare. Abbiamo inserito un filtro per i commenti perché purtroppo altri blog che si occupano del tema della violenza contro le donne e che non hanno filtri vengono tempestati da offese e insulti..

Per sostenere le nostre attività, oltre che partecipare alle nostre iniziative – in particolare quelle di novembre, mese che dedichiamo interamente al Festival della violenza illustrata organizzando eventi, spettacoli, presentazioni, dibattiti, proiezioni di film –  organizziamo ogni anno un corso di formazione per volontarie, per supportare concretamente i nostri servizi. Oppure per chi ha meno tempo, si possono fare donazioni all’associazione (CF92023590372), e/o devolvere il 5 per mille, considerato che solo una parte di quanto garantiamo alle donne che ci contattano è finanziato dal Comune, e che ricorriamo il fund raising fornisce una parte importante delle nostre risorse.

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