HomeUgo-LinkUn Piano Marshall per le coscienze

Un Piano Marshall per le coscienze

«Non è più lecito giocare alla politica, come per troppo tempo si è fatto: i dosaggi, generatori dei compromessi più assurdi e attuati a spese della competenza e della giustizia; gli equilibri, che sono quasi sempre equilibrismi di fazioni e di uomini; le coalizioni che non rappresentano veramente il crogiuolo dove i più disparati elementi bruciano al calore di un unico fuoco: il Paese non li sente più. Sono i ferri vecchi di una politica logora, dichiarata fallita per bocca dei suoi artefici stessi».

Sorprendentemente non si tratta di un passaggio tratto da cronache dell’oggi, bensì dalla rubrica In Italia, curata tra il 1945 e il 1946 da Francesco Calasso per il quindicinale “Il Mondo”. Siamo nell’immediato secondo dopoguerra e Calasso, autorevole storico del diritto italiano, analizza la realtà della vita quotidiana dei suoi concittadini.
A causa della gravità della crisi sociale, economica e finanziaria si delinea l’opposizione sul piano materiale, e non più solamente politico, dei diversi orientamenti ideologici che fino ad allora avevano collaborato, uniti, nel governo del Paese, ancora sanguinante per le ferite lasciate dalla guerra (civile e non).
Il neutralismo in politica estera, lacerato tra le curiose posizioni nazionalistiche della sinistra e il riformismo paneuropeista dei moderati, viene spazzato via dalla vittoria elettorale di un anomalo candidato: il Piano Marshall, dal nome dell’ideatore, l’allora segretario di Stato statunitense George Marshall. Nel suo discorso del 5 giugno 1947 all’Università di Harvard, il futuro premio Nobel per la pace afferma chiaramente che, in un’economia fragile come quella italiana e, più in generale, europea, una crisi così grave avrebbe provocato violente tensioni sociali ed offerto terreno fertile per derive totalitaristiche.

Purtroppo è (da) sempre difficile parlare al cuore delle persone, quando il brontolio dello stomaco assorda e nel cervello la tridimensionalità del tempo si appiattisce sulla sola componente del passato. Nel 2013, in cui i dati macro economici sono tutt’altro che incoraggianti e lo scollamento tra i problemi dei cittadini e quelli di taluni esponenti della classe politica si fa ampio, siamo fortunatamente ben lontani dal dramma del razionamento del pane e delle morti per fame. Ma braci sotto la cenere esistono comunque e sono più facilmente infiammabili se il comburente è di natura grettamente populistica e personalistica.
Oltre che di pane, si vive della speranza di una vita migliore; non dobbiamo farcela rubare o, peggio, perderla. Come recitava un manifesto propagandante lo European Recovery Program: “Non importa il tempo che fa, uniti si va”.

Nessun commento

Siamo spiacenti, il modulo di commento è chiuso in questo momento.