HomeStoria e misteroIl cespo di insalata che cambiò il corso degli eventi

Il cespo di insalata che cambiò il corso degli eventi

Danilo Morini

Ciò di cui parliamo non ha certo il fascino della casa di un boia o il mistero di una pietra sconosciuta. Qui i fatti hanno parlato e sembrano ormai noti al grande pubblico, ma ci manca ancora un piccolo particolare, un nome, quello di colei che ebbe il coraggio di scagliarsi contro un Dragone estense e fece scattare la scintilla decisiva per una rivolta che cambiò la storia d’Italia.

Siamo in un caldo – o almeno così ce lo vogliamo immaginare – agosto del 1796. Reggio Emilia in quei mesi si mostra sempre più insofferente verso il governo modenese ed il suo reggente al punto che, per mantenere l’ordine in città, dalla capitale del ducato furono inviati quattrocento dragoni con la ferma raccomandazione di usare le maniere forti. I reggiani si trovarono così a servire due padroni: i francesi, che occupano la cittadella, e i soldati inviati dal reggente che, almeno nominalmente, vorrebbero ancora mantenere soggetta la città al governo ducale.

Verso le cinque pomeridiane di quel 20 agosto arriva finalmente il casus belli sotto l’insolita forma di un cespo d’insalata. Dobbiamo fare uno sforzo d’immaginazione e porci davanti ai leoni di piazza San Prospero, la piasa céca dei reggiani. Non dovrebbe essere molto difficile perché, allora come oggi, quel luogo, all’ombra della basilica del patrono, rappresentava il cuore pulsante della vita cittadina, dove si svolgeva il mercato quotidiano. Ad un certo momento, in un punto non precisato in mezzo alla folla, scoppia una lite fra un Dragone estense e un’ortolana che, pare, non si fossero messi d’accordo sul prezzo di un cespo d’insalata. Episodi come questi rappresentavano certo la normalità in un affollato mercato cittadino, ma la confusa e pesante situazione politica in cui si trovava la città era sufficiente a trasformare la fiamma di un cerino in un incendio.

L’azione è degna di un copione hollywoodiano: un parrucchiere tenta di mettere pace tra il soldato e l’ortolana, ma è minacciato con una sciabola che, pare senza premeditazione, finisce addosso ad un ragazzino; alle grida di quest’ultimo accorre l’Auditore militare Ferdinando Ruffini, che rimprovera il soldato, cui però arriva a dare manforte un commilitone, il quale colpisce il braccio dell’Auditore; quest’ultimo, per evitare le percosse dei due, trova rifugio in un negozio della piazza nel quale, manco a farlo apposta, si trovava un noto e fervente repubblicano, tal Carlo Ferrarini che, preso da sacro furore antiestense, afferra una sedia e la scaglia addosso ai soldati. La loro reazione non si fa attendere e il povero Ferrarini si trova, suo malgrado, coinvolto nella rissa e, dopo essere stato malmenato dai soldati, è trascinato in arresto negli alloggiamenti della milizia situati a porta san Pietro.

La notizia dell’arresto del Ferrarini si sparge in un baleno e la piazza si riempie di gente che ne chiede la liberazione. E’ a questo punto che compare sulla piazza un personaggio del tutto singolare che accompagnerà per diversi anni la vita politica reggiana fino a diventare quasi un’icona della rivoluzione cittadina, Rosa Manganelli.

La donna – definita senza mezzi termini dai rumors del tempo come una tipica piasarola – si pone alla testa dei repubblicani e si mette a distribuire armi agli accorsi. Dopo aver guidato la schiera dei rivoltosi in piazza grande, quella in cui si trova oggi in municipio, anche allora sede del governo cittadino, capeggia l’occupazione del palazzo pubblico e scatena la caccia al dragone estense. In un primo tempo la guarnigione sembra non rendersi conto della gravità della situazione e minaccia i rivoltosi di voler giocare a bocce con la testa dei giacobini ma, dopo un messaggio del Senato cittadino alla Reggenza in cui si consiglia la massima prudenza, viene consegnata nei propri alloggi ed è impartito l’ordine di rilasciare subito i prigionieri.

All’alba del 22 agosto la guarnigione, senza battere tamburo, cioè senza sollevare molta attenzione, come sottolinea il Balletti, si ritira a Modena lasciando sguarnita la città e il governatore estense, vistosi in balia della folla senza la protezione dei dragoni, pensò bene di fuggire dalla città con i soldati. La sua presenza non era certo particolarmente significativa per i reggiani. Don Mario Fici della Giumerella dei duchi di Amalfi incuteva tanto poco rispetto e timore da meritarsi il poco lusinghiero soprannome di fico e, secondo le cronache dell’epoca, era un uomo tanto vuoto di senno e di qualsiasi abilità politica o amministrativa quanto pieno di titoli e di debiti. Per la città, dunque, non rappresentò certo una grande perdita, ma la sua fuga mise fine a quasi quattro ininterrotti secoli di dominio su Reggio Emilia da parte degli Estensi e dunque il suo significato fu, sul piano politico, davvero rilevante.

La rivoluzione trionfò e la città fu finalmente libera, tanto da meritarsi, come scrive Prospero Fantuzzi in una cronaca inedita, il titolo di “La Primogenita”.

A coronamento dell’avvenuta rivoluzione, nella notte tra il 25 e il 26, un piccolo gelso trafugato dal bastione di San Cosmo (che il giorno dopo sarà sostituito da un più onorevole pioppo) divenne “Albero della Libertà” e fu piantato in piazza grande davanti all’ex sede del governo Estense da un gruppo di ardimentosi formato da alcuni cittadini e da una banda di barcaioli corsi, a solenne coronamento della ritrovata indipendenza. Ci resta il mistero del nome di quella coraggiosa donna reggiana che diede avvio a tutto questo, ma il coraggio delle donne rimane spesso nascosto, perché è il coraggio di tutti i giorni. La storia con lei è stata ingrata e speriamo che qualcuno, prima o poi, con le sue ricerche le renda il merito che ha per i reggiani e per la nascita del Tricolore.

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