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Quando la seconda chance può valere oro

Gianluca Ferrari

E’ di ieri la notizia dei due atleti britannici, il ciclista David Millar ed il centometrista Dwain Chambers, che potranno partecipare ai Giochi Olimpici di Londra 2012 nonostante abbiano entrambi alle spalle una squalifica di 2 anni per doping. Questo grazie ad una sentenza del Tas (il Tribunale Arbitrale dello Sport) che ha motivato la sua decisione scrivendo che l’esclusione dall’Olimpiade, una volta scontata l’intera squalifica, rappresenterebbe una doppia punizione per l’atleta così come era successo nel caso di LaShaw Merrit, campione olimpico dei 400 anch’egli squalificato per l’utilizzo di un anabolizzante contenuto in un integratore. Sconfessata, quindi, la decisione del comitato olimpico britannico che escludeva i due atleti dalla squadra per Londra (Millar ha detto che comunque non ci sarà) con Chambers che avrà il via libera per correre la gara regina dell’atletica leggera e sfidare atleti del calibro di Bolt e Lemaitre.

Risultati sportivi a parte, ciò che rimane è il dibattito sulla “legittimità della seconda chance”: è giusto concedere una nuova possibilità a chi, nello sport, ha fatto uso di sostanze dopanti utilizzando come carta straccia regole ed etica sportiva? E’ giusto concederla nella manifestazione sportiva più importante a livello mondiale, garante per eccellenza dello “sport pulito”? Dagli albori dell’umanità l’errore è parte integrante di noi stessi, non esistono “esemplari” perfetti ed infallibili capaci di non cadere mai in contraddittorio anche se, come si suol dire, errare è umano perseverare è diabolico. Nel mondo sportivo, la seconda possibilità è quasi una legge e a nessuno (a parte casi particolari) è stata rifiutata, nemmeno nei casi di doping.

Questo tema, però, è abbastanza delicato visto che la possibilità di ricadere nell’errore per chi ha sempre fatto uso di sostanze proibite è sempre in agguato e molti si chiedono se sia giusto o meno assumersi la decisione del rischio. Lo stesso Chambers, nella sua autobiografia, ha ammesso la propria colpevolezza rivelando di aver assunto fino a 300 farmaci diversi nell’arco di un anno; poi il ritorno e la possibilità di partecipare ai Giochi Olimpici nella propria terra natia. Forse, a livello internazionale, alcune regole sono da rivedere e cambiare per non parlare del solito esempio che viene dato a quei giovani speranzosi di ricalcare le orme di questi pseduo-beniamini.

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