HomeSportMondiali 2014Snobbato, criticato e nemmeno ufficiale: l’Italia non fa la coorte al proprio inno

Snobbato, criticato e nemmeno ufficiale: l’Italia non fa la coorte al proprio inno

 

 

Alzi la mano chi sa da quante strofe è composto “Il canto degli italiani”. C’è poco da sgranare gli occhi, questa è la vera definizione di quello che oggi noi tutti conosciamo come “inno di Mameli”, l’inno nazionale che viene suonato in occasione delle cerimonie istituzionali più importanti e degli eventi sportivi. E così sarà anche oggi pomeriggio a Natal, dove gli azzurri, prima della partita contro l’Uruguay, si abbracceranno e canteranno sulle note scritte da Michele Novaro, sconosciuto ai più ma altrettanto degno di essere ricordato e celebrato tanto quanto Goffredo Mameli.Mameli

Pochi sanno che il celebre “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta…” non è che l’inizio di una lunga composizione della quale – nel 99% dei casi – si conosce soltanto la prima strofa. Le altre quattro ci aiutano a intraprendere un interessante viaggio nella storia dell’Italia risorgimentale ed esprime – sulla falsariga di altri inni nazionali “passionali” come la Marsigliese, nato come “chiamata alle armi” durante la rivoluzione francese – un forte sentimento patriottico.

 

Proprio per questa ragione, l’inno ha spesso ricevuto critiche da presunti “puristi”o sedicenti tali che non vedevano di buon occhio alcune espressioni arcaiche (d’altronde, Mameli lo ha scritto nel 1847) e l’intonazione più da “marcetta” che da composizione solenne. In tanti lo hanno considerato superato, compresi tanti personaggi famosi tra cui un artista del calibro di Giorgio Gaber, che nel suo album “Io non mi sento italiano” del 2003, pubblicato postumo, cantava “Mi scusi Presidente/non sento un gran bisogno/dell’inno nazionale/di cui un po’ mi vergogno”. gaberOsservazioni rispettabili ma a mio modo di vedere non condivisibili, in quanto non tengono conto degli anni nei quali venne scritto e musicato: erano gli anni del Risorgimento, ricchi di tumulti in tutto il Paese, che hanno poi portato al lungo e difficile processo di unificazione. All’epoca l’Italia era un coacervo di repubbliche e dominazioni dalle quali ci si è faticosamente liberati. Normale, dunque, che questa composizione avesse toni “ribelli”, come la maggior parte degli inni europei e sudamericani.

 

Partiamo dalle parole che ricorrono al termine di ogni strofa: “Stringiamci a coorte/Siam pronti alla morte/L’Italia chiamò”. Anche in questo caso, c’è da scommettere che la maggior parte degli italiani scambi quel “coorte” con “corte”. La doppia “o” non è invece un refuso: Mameli si riferiva ialla coorte, unità di combattimento dell’esercito romano e decima parte di una legione. E “siam pronti alla morte” ha poco bisogno di spiegazioni: Mameli morì in battaglia poco più che ventenne.

 

Fratelli d’Italia/L’Italia s’è desta,/Dell’elmo di Scipio/S’è cinta la testa./Dov’è la Vittoria?/Le porga la chioma/Ché schiava di Roma/ Iddio la creò. L’Italia, ormai pronta alla guerra contro l’Austria, si cinge la testa, in senso figurato, con l’elmo dell’eroico generale romano Publio Cornelio Scipione, detto poi l’Africano, che nel 202 a.C. sconfisse il generale cartaginese Annibale. Porgere la chioma era invece il gesto che caratterizzava le schiave alle quali, per distinguerle dalle donne libere, venivano tagliati i capelli.

Noi siamo da secoli/Calpesti, derisi/Perché non siam popolo/Perché siam divisi./Raccolgaci un’unica/Bandiera, una speme:/Di fonderci insieme/Già l’ora suonò. In questa strofa, il desiderio di Mameli di vedere l’Italia unita emerge con vigore.

Uniamoci, amiamoci,/l’Unione, e l’amore/Rivelano ai Popoli/Le vie del Signore;/Giuriamo far libero/Il suolo natìo:/Uniti per Dio/Chi vincer ci può? Con “Per Dio” Mameli non ha voluto pronunciare un’imprecazione blasfema: oggi lo tradurremmo in “Con Dio”.

Dall’Alpi a Sicilia/Dovunque è Legnano/Ogn’uom di Ferruccio/Ha il core, ha la mano/I bimbi d’Italia/Si chiaman Balilla,/Il suon d’ogni squilla/I Vespri suonò. Questa strofa ci fa compiere un viaggio lungo tutta l’Italia. A Legnano si svolse la battaglia del 29 maggio 1176 in cui in cui i comuni italiani uniti in lega e guidati da Alberto da Giussano sconfissero il Barbarossa. “Ferruccio” è Francesco Ferrucci, commissario generale della repubblica fiorentina che difese la città dall’assedio di Carlo V, mentre “Balilla” non è un riferimento al fascismo ma il soprannome di Giambattista Perasso, il quattordicenne genovese che con il lancio di una pietra diede inizio alla rivolta popolare di Genova contro gli austro piemontesi nel 1746 . Infine, “Ogni squilla” si riferisce alle campane che la sera del 30 marzo 1282 chiamarono il popolo di Palermo all’insurrezione contro i Francesi di Carlo d’Angiò, i Vespri Siciliani.

Son giunchi che piegano/Le spade vendute:/Già l’Aquila d’Austria/Le penne ha perdute./ Il sangue d’Italia,/Il sangue Polacco,/Bevé, col cosacco,/Ma il cor le bruciò. Mameli si riferisce al declino dell’Austria, che insieme alla Russia smembrò la Polonia.

 

In tempi più moderni, l’inno è stato protagonista di accesi diverbi, non solo ideologici. I calciofili più accaniti si ricorderanno le battaglie mediatiche (una delle tante…) messe in atto da Aldo Biscardi in occasione del suo famigerato “Processo”, nel corso del quale si è prodigato più volte per fare in modo che i calciatori della nazionale ne cantassero le parole mentre venivano inquadrati dalle telecamere prima delle partite. Sondaggi, slogan e accorati appelli dallo studio – anche se stilisticamente non ineccepibili – hanno avuto l’effetto sperato: da quel momento, molti più giocatori hanno accompagnato la musica con le parole. In tanti ricorderanno la grinta, ad esempio, di Gattuso che nel 2006 chiudeva gli occhi e quasi urlava l’inno, oppure avranno apprezzato Paletta che, seppur di origine argentina, si è imparato le parole in segno di rispetto verso la nazionale che lo ha ospitato. Una scelta, ad esempio, opposta a quella del compatriota Camoranesi che preferiva tenere la bocca cucita. Questione di punti di vista. 

Biscardi

 

Ma è soprattutto in ambito politico che si è potuto assistere alle schermaglie più divertenti e allo stesso tempo più patetiche. L’inno di Mameli, a seconda dei periodi, è stato spesso ostaggio della destra o della sinistra. Il tema venne alla ribalta negli anni Novanta quando Bossi, nel corso dei comizi leghisti, lo sostituì con il “Nabucco” di Giuseppe Verdi.umberto-bossi E la sinistra? Iniziò a rivalutare l’inno proprio per prendere le distanze dalle sparate secessioniste della Lega, ma mai con troppa convinzione. Il dato più curioso, però, è un altro. Nel 1946 venne deciso che la composizione di Mameli e Novaro potesse essere utilizzata come inno, ma in via provvisoria. L’ufficialità, a quasi 70 anni di distanza, deve ancora arrivare. Del resto, non saremmo italiani se non facessimo del provvisorio il definitivo.

 

Non sarà regale come il “God save the Queen” inglese o maestoso come quello tedesco, ma il nostro inno nazionale è giusto che ci appartenga in quanto figlio della nostra stessa storia. Rinnegarlo, vorrebbe non riconoscere le nostre origini.

 

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