HomeSportMondiali 2014Ostalgia canaglia: ricordo di una vacanza berlinese tinta d’azzurro

Ostalgia canaglia: ricordo di una vacanza berlinese tinta d’azzurro

Oggi ospitiamo il racconto di Alberto Borghesani (nella foto il primo da sinistra) che ha vissuto Italia-Inghilterra, unico successo del nostro mondiale, all’interno di un locale di Berlino.

Borghesani5Arrivi in Alexanderplatz e ti puoi solo perdere. E non è una questione di spazio; la piazza, mastodontica, si apre sui consueti quattro lati. No, è una questione di tempo: l’orologio universale, una gigante bussola nel centro della piazza, è lì per ricordartelo. Essere qui oggi significa perdersi in balia dei venti della storia che soffiano, il maestrale poderoso e controllato del passato prussiano, la bora terribile e devastante del centenario della Prima guerra mondiale, lo scirocco che accarezza la Sprea e quel che resta del Muro, 25 anni dopo la sua rovinosa caduta.

Oggi è tutto diverso, e vale davvero la pena venire a vedere di persona. La Guerra Fredda è passata dallo status di squallida e snervante quotidianità, a quello di ricordo mitico. Alexanderplatz oggi è una sinestesia, ogni suono richiama un colore, ogni odore, un osservazione. Si è trasformata in luogo puro e metaforico dell’ ”Ostalgia”: il sentimento di rimpianto per la Germania dell’Est, e, di conseguenza, per tutto quel “piccolo mondo antico Fogazzaro” (grazie a Max Collini degli Offlaga Disco Pax per l’eterna citazione) che si trascina dietro, la logica dei blocchi contrapposti, le grandi ideologie, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, persino la Stasi. In piazza e in tutta la parte che fino ad un quarto di secolo fa era Berlino Est, un florilegio di bancarelle che vendono colbacchi russi, spille coi distintivi della Ddr, persino un museo, affollatissimo e interattivo proprio sulla Ddr.Borghesani4

Il miracolo è che, quello che potrebbe tristemente tramutarsi in una Gardaland dell’orrore, riesce a mantenersi nei binari della testimonianza storica. Ristoranti di cucina tipica Ddr (provata, e mi sono innamorato della zuppa Soljanka), negozi d’antiquariato e mercatini di articoli vintage legati a quel periodo storico. Tutto questo mi ricorda un eccentrico reggiano, un tizio strano, con la cresta punk, due occhi spiritati e una voce salmodiante che giusto 30 anni fa mosse dalla sua casa dell’Appennino Reggiano in direzione Berlino. Berlino Est. Quella delle discoteche underground. E della moda filo-sovietica. Parlo di Giovanni Lindo Ferretti, che proprio qui incontrò un altro reggiano in trasferta, Massimo Zamboni. Insieme saranno per anni voce e chitarra dei CCCP-Fedeli alla linea, gruppo punk di ispirazione filosovietica, con sede nel cuore pulsante dell’Emilia Rossa, Reggio, quella degli anni ’80, una notte illuminata dai neon di capannoni e centri commerciali. Le loro pose, le urla lancinanti, le chitarre grattuggiate, il basso allucinato e la batteria frenetica, lo spettacoloso e brutale Fatur, artista popolare e gli abiti e le danze di Annarella, beneamata soubrette (fate un salto allo Spazio Gerra per vedere la foto di quel momento storico, sono assolutamente imperdibili), furono un concentrato di furore intellettuale. Estetizzanti, ironici e selvaggi, con la loro sfrontata ideologia sono, oggi come e più di allora, l’incarnazione dell’ostalgia. Borghesani1

fantozzi-italia-inghilterra-HPMa torneremo dopo su questo argomento. Perché è il 14 giugno, e stasera si gioca Italia – Inghilterra. Una partita che, ai tempi del Muro, negli anni ’70, godeva di fama mitica. Fama alimentata da due film molto diversi tra loro: il primo è “Pane e Cioccolata” di Franco Brusati, con uno strepitoso Nino Manfredi (e mi piace ricordarlo a 10 anni dalla scomparsa), nei panni di un italiano emigrato per lavoro in Svizzera, costretto a misurarsi con l’ostilità e la diffidenza d’oltralpe. La scena più famosa è quella in cui lui è l’unico italiano in un ristorante in cui trasmettono Italia-Inghilterra. Per un po’ riesce a fingere e celare la propria identità, ma al gol dell’Italia esploderà di gioia, incurante dell’odio che lo circonda. Poi c’è il richiamo al monumentale “Secondo tragico Fantozzi”, con la grottesca e surreale radiocronaca interrotta in ossequio ad un fanatico e cinefilo megadirettore. La sera, dopo cena, lungo la Tor Strasse, una lunga via costellata di bar e locali, mi ritrovo con due amici e ci infiliamo in uno di questi e iniziamo a seguire la partita su un piccolo schermo, stringendo in mano dei Moscow Mule preparati con discreta perizia. La prima sorpresa (ma forse, a ben pensarci, non avrebbe dovuto esserla): i tedeschi tifano apertamente per noi. Non mi riesce di capire se prevalga un sentimento anti-britannico, o se, in fondo, nonostante tutte le batoste e le sconfitte che abbiamo loro inferto ai mondiali, ci rispettano e ci amano. Poi, guardando a ascoltando meglio, capisco: non sono tedeschi. Neanche uno. Sono americani, australiani, olandesi e un cameriere italiano. Sta di fatto che impazziscono per le giocate eleganti di Pirlo e per le movenze feline e possenti di Balotelli. Il primo gol è un monumento all’intelligenza calcistica: angolo, palla verso l’esterno dell’area, velo di Pirlo in favore di Marchisio che arriva da dietro, ferma la palla e mira l’angolino, secondo una traiettoria che si infila giusto in mezza tra gambe piedi e mano allungata del portiere. La sala esplode. Evento che si riproporrà al gol di Balotelli, nel secondo tempoL’audio della telecronaca è basso. I telecronisti tedeschi sono molto diversi dai nostri. O meglio, ricordano i nostri telecronisti di un tempo, quelli in stile Martellini o Pizzul, tengono un ritmo di telecronaca e un tono volutamente di basso profilo. Spesso passano interi minuti di azione di gioco senza che il telecronista si senta in dovere di spiegare ogni minimo passaggio e dettaglio di gioco. Questo è molto rilassante. Ho anche notato, diversamente da quanto stupidamente credevo, suggestionato senza dubbio da un immaginario a sfondo bellico, che il tono di voce dei tedeschi è molto misurato, quasi flebile, rispetto ai canoni di noi italiani. Borghesani3

(Piccolo intermezzo: L’ostalgia è applicabile anche al mondo del calcio. Chi ha visto scendere in campo la nazionale della Jugoslavia unita non può non averne un ricordo mitico. Così come la scuola di calcio che veniva coltivata nelle regioni influenzate dal blocco Sovietico, che era diversa, come filosofia, da quella proposta a occidente. Il tutto, era di un esotismo ammaliante).

Nei giorni successivi, per strada, nella futuristica Potsdamer Platz, che sembra Detroit, dalle finestre dell’albergo, un po’ ovunque, noto che molte auto sono corredate di bandierina tedesca . Mi chiedo “Qui da noi chi si sognerebbe di girare con una bandiera italiana legata alla macchina, sempre che non sia il due giugno o per i caroselli dopo una vittoria della Nazionale di calcio?”. Comincio ad intuire qualcosa. Anche perché la seconda domanda che mi faccio, conscio di quanto il passato dell’italia sia sempre causa di infinite polemiche, censure e revanchismi, è “Ma come? In Ddr avevano la Stasi, il Muro, ce l’han sempre dipinto come un regime intollerabile e sanguinoso, e questi, ad appena 20 anni, ci scherzano su? Ci lucrano, forse?”. La loro forza è l’unione. Laddove noi italiani ci uniamo nella buona sorte e sleghiamo nella cattiva, il popolo tedesco ha affrontato le proprie tragedie come un sol uomo. Non voglio parlare di nazionalismo. Non è solo questo che li lega. E’ proprio un sentimento unitario, l’orgoglio per la propria lingua (non credete a chi vi dirà il contrario: A Berlino non parlano inglese. Non volentieri, perlomeno), per i propri monumenti che, giocoforza, son riusciti ad integrare con una modernità che solo l’unità di intenti e visione può concorrere a creare. Questa sensazione sconfortante della solitudine italica, del suo genio unico, ma solitario e asociale, non mi lascerà più, avvolto come sono in un mondo di biergarten festanti e mezzi pubblici in perfetto orario. E un poco mi vergogno di questa insofferenza verso il mio stesso paese, dato che non mi accontento di sapere che noi, di sicuro, siamo più gioviali e simpatici, e vestiamo meglio. Essere uniti non significa appiattirsi tutti lungo una sola monolitica posizione, bensì nutrire fiducia verso il prossimo e le istituzioni.  

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