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La precarietà come condizione esistenziale

Beatrice Voltolini

Precarietà: oggi è un termine di cui si sente molto parlare, soprattutto per descrivere la situazione esistenziale dei giovani.

Nella storia della letteratura e della filosofia l’attributo “precario” veniva utilizzato per definire la principale struttura dell’esistente: esso infatti rimandava all’immanenza, alla fisicità, alla temporalità e alla caducità di tutte le cose.

L’essere umano in quanto tale e tutto ciò che ha vita, di fatto, viene all’esistenza nel momento in cui viene concepito: a differenza di ogni essere vivente che non ha coscienza né consapevolezza di sé, tuttavia, è l’unico che percepisce la propria temporalità e quindi l’impossibilità di durare eternamente.

Da ciò deriva un’angoscia esistenziale che accompagna la vita interiore di ogni individuo e lo pone di fronte a se stesso e ai propri limiti: dall’impossibilità di renedersi immortali fisicamente nasce però la possibilità di tentare di imprimere un’impronta nel mondo e nella vita collettiva costruendosi una propria identità e un ruolo sociale.

Soltanto tramite il lavoro e l’impiego delle proprie facoltà (intellettuali e non) in un progetto di vita individuale e pubblica (di comunità) ogni personalità può uscire da se stessa e costruirsi di volta in volta nel rapporto con gli altri.

Le generazione di ragazzi che nella realtà sociale odierna non ha l’opportunità di trovare un’attività stabile e sicura, è costretta a vivere in una situazione di disagio che incide sulla qualità della loro vita.

La definizione stessa di “contratto a tempo determinato” rimanda inevitabilmente all’insicurezza, all’instabilità e all’incertezza che grava pesantemente sul soggetto coinvolto.

L’impossibilità di svolgere un lavoro a tempo indeterminato si accompagna alla incapacità di progettare il proprio futuro e di attuare delle scelte a lungo termine: un’esistenza di questo tipo viene menomata.

La frustrazione di coloro che si trovano in queste circostanze è dovuta in primo luogo al fatto che la responsabilità relativa alla loro situazione deriva da qualcosa di esterno, quasi del tutto indipendente dalla loro forza di volontà e dal loro agire.

Per impedire che un’intera generazione di individui finisca per condurre un’esistenza indefinibile come tale,  priva di valore, occorrerebbe che si smuovesse qualcosa all’interno del sistema politico e sociale attuale.

La cerchia di politici dovrebbe dar vita a provvedimenti finalizzati alla riorganizzazione del sistema economico e lavorativo, incentivando l’assunzione di giovani lavoratori e promuovendo il ricambio generazionale all’interno di ogni settore impiegatizio.

Bisognerebbe che anche ragazzi inesperti o alle prime armi avessero la possibilità di costruirsi il proprio percorso formativo, in modo che l’esperienza diretta e il mondo del lavoro costituiscano un momento di arricchimento personale e un’esplicitazione delle loro capacità.

I giovani italiani, attualmente, sono svantaggiati rispetto ai coetanei di alcuni stati europei: nonostante infatti molti di essi abbiano conseguito lauree e master, non riescono a farsi assumere stabilmente. C’è chi rimane a vivere in casa insieme ai genitori (anche perchè, in fondo, é più comodo), c’è chi colleziona “contratti a progetto” temporanei, c’è chi fugge all’estero nella speranza di un futuro che in patria sembra impossibile intravedere: l’unica ancora di salvezza per le nuove generazioni (e per i genitori!) è costituita da una serie di cambiamenti all’interno del sistema governativo che, tuttavia, sembrano essere ancora lontani.

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