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Quando il teatro varca le sbarre

Cristina Fabbri

Siete mai entrati in un carcere? In un ospedale psichiatrico giudiziario? Tante volte si sente parlare di questi luoghi ma quasi mai è possibile vederli coi proprio occhi – a meno che non si finisca “dentro”. Leggerne, sentirne raccontare è un conto, viverli è tutta un’altra cosa. Sarà forse per questa ragione che la curiosità ha avuto il sopravvento quando si è ventilata la possibilità di “entrare”. Curiosità mista al timore.

Durante la settimana della salute mentale a Reggio Emilia sono state aperte le porte dell’Opg di via Settembrini perché la Compagnia teatrale dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, guidata da Monica Franzoni, ha proposto “In, Institution-Rewriting the Stanford prison experiment”, ovvero un viaggio-spettacolo di esplorazione all’interno di Cassiopea. “E’ un’occasione unica, senza precedenti, che difficilmente si ripeterà”, mi ha detto la regista. Quindi sono andata.

Ho toccato con mano quella realtà, cruda, difficile da immaginare basandosi solo su foto, film o servizi che passano al tg. Le sensazioni che trasmette l’ingresso in quel luogo sono ben lontane. Angoscia quando varchi la porta e ti mettono le manette; spaesamento quando ti immatricolano e fotografano facendoti stare contro un muro prima di fronte poi di lato; vuoto sotto i piedi quando al casellario ti informano che hai bisogno di un avvocato; svilimento della tua persona durante la visita medica in cui teoricamente ti dovresti completamente spogliare. Per non parlare dell’ingresso in cella, con i compagni che ti “accolgono” in una stanza minuscola per contenere quattro persone e…improvvisamente vedi la porta blindata che si chiude, quindi addirittura lo step successivo – l’ora d’aria –sembra darti un senso di sollievo anche se sei rinchiuso tra quattro mura e vedi solo il cielo. Infine parli del tuo “progetto di uscita” – perché a ognuno prima di entrare viene affidata una storia – e non ci vedi molte vie di salvezza.

Certo, sono stata un neo internato per finzione – mi è stata affidata la storia di un tossico che aveva picchiato i genitori -, quindi non mi permetterei mai di dire di aver provato quel che prova chi realmente là dentro ci dovrà restare per diverso tempo. Io ci ho passato solo 20 minuti ma, vi garantisco, mi sono bastati per capire molte cose. Ad esempio per capire meglio quel che mi disse Monica Franzoni prima di varcare quella soglia: L’Opg si può raccontare e tante volte il gruppo teatrale l’ha fatto con i suoi spettacoli, ma viverlo in prima persona è un’altra cosa, e questa è l’occasione per conoscere e capire una realtà da tanti anni chiusa e nascosta e che è destinata a concludersi”. La data della sua fine è il 31 marzo 2013 e, in questo periodo in cui sono in atto tanti cambiamenti, la voce degli internati a Reggio Emilia si è fatta sentire così nel “dibattito che avviene fuori” e che “purtroppo non ci vede protagonisti”. La loro voce è stato il teatro per parlare a chi, come me, ha deciso di mettersi nei loro panni. Ecco perché ho scelto di raccontarvelo.

Concludo con delle domande, alcune delle quali mi sono state poste al termine di quel “viaggio”. “Cos’è un ospedale?” “Qual è l’emozione dominante che si prova a entrare all’Opg?” “Si prova paura?” “Secondo te si può curare un malato psichiatrico in un luogo di reclusione?”

A voi le risposte.

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