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Noi e il timbro danese

Bob Rontani

Il perfetto articolo di Cristiani “Noi e il welfare danese” mi ha riportato alla mente un episodio di una ventina di anni fa che vale la pena raccontare. Un po’ per sostenere lo scritto di Cristiano (ce n’è bisogno?), un po’ per accentuare ulteriormente le differenza cultural-quotidiane con i popoli del nord Europa.

Eravamo alla fine del ‘92, e imperversava Mani Pulite. Il pm Tonino, grazie anche all’opinione pubblica inferocita per le inchieste sulle ruberie dei partiti, arrestava e interrogava a destra e a manca. In quei giorni una ragazza danese, originaria di un paese ad una quarantina di chilometri da Copenaghen, amica di amici di mio fratello, era ospite in Italia.

Contagiata giocoforza anch’ella da ciò che stava succedendo (in quell’anno, in Italia, non si parlava d’altro) venne messa al corrente con simultanee traduzioni italiano/inglese e inglese/danese. La giovincella era, ovviamente, totalmente basita dalle malefatte che stavano uscendo dei (faccendieri) politici italiani.

Il suo volto parlava per lei: faceva davvero fatica a credere a quello che la sua amica traduceva dagli articoli dei quotidiani, e faceva ancor più fatica a credere che ciò rappresentasse in toto l’allora status italiano, (che è praticamente quello di adesso). Una sera, arrivando sull’argomento, raccontò un’episodio che fece rimanere questa volta noi basitissimi.

Pochi giorni prima dell’arrivo a Reggio, nel suo paese era scoppiato un piccolo giallo/scandalo che occupava le pagine della provincia dei quotidiani di Copenaghen. Un senso di sollievo ci colpì improvvisamente tutti: queste cose non succedono solo in Italia. “Mal comune, mezzo gaudio”, “L’occasione fa l’uomo ladro” ecc. ecc. L’illusione, però, durò solo un paio di minuti.

In una scuola del suo paese, un insegnante aveva organizzato una specie di lotteria interna per sovvenzionare l’acquisto di un’apparecchiatura per il laboratorio di scienze. Stampò, con la fotocopiatrice, dei bigliettini in duplice copia e cominciò a numerarli con uno di quei timbri con i numeri in progressione. Non riuscì a finire in giornata il proprio compito e si portò, come si usa dire, il lavoro a casa.

Qualche giorno dopo una segretaria della scuola, dovendo protocollare un documento, cercò invano il timbro. Lo cercò per un paio di giorni e non trovandolo, informò il preside.
Si doveva, con i soldi dei contribuenti, ricomprare il timbro. Ma il mistero venne svelato in fretta: il timbro era a casa dell’insegnante, che venne convocato dal preside. A poco valsero le rimostranze secondo cui l’uso del numeratore, di proprietà della scuola, fossero per una giusta causa. Era della scuola e dalla scuola non poteva uscire. Punto.

Concetto semplicissimo: ciò che è di tutti, non è esclusivamente tuo. Se non ricordo male, l’insegnante ebbe una specie di richiamo.

Alla fine del racconto ci guardavamo sbigottiti ed increduli. Tutto questo per un timbro numeratore: rapportato a Mani Pulite sembrava davvero una sciocchezza. Non per i danesi.

In questo piccolo episodio, c’è tutta la distanza tra noi e loro. Ho pensato spesso a questo, creandomi nella testa tanti paragoni. Uno di questi è che il timbro sia un po’ come la velocità delle nostre auto in città. Non si è cominciato a multare quando facevi i 55 orari. Poi si sono tollerati i 60, poi i 70, ora sei vicino agli 80; e tutto di un tratto ti accorgi che in città si va troppo veloce e succedono parecchi guai, purtroppo molto seri. Fino a poco tempo fa, in un viale in periferia, capeggiava una scritta a caratteri cubitali: “La tolleranza porta la mafia”.
Probabile che sia così.

E credo che, in questo caso, non restituisca il timbro.

Ultimi commenti

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    Intanto grazie per le belle parole (come direbbe limiti). Il tuo aneddoto lo paragonerei con l’usanza folkloristica di utilizzare risorse aziendali per scopi personali. A camera caffè in chiave ironica mostravano dipendenti che si portavano a casa la carta igienica. Come spesso accade la fantasia ha radici nel reale.

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      Ho la vaga idea che se ci mettessimo intorno ad un tavolo ad elencare tutti i possibili aneddoti/paragoni/esempi non basterebbe un weekend (con 6 ore di sonno di media) per terminare la lista….
      (e poi dicono che c’è del marcio in Danimarca) 🙂

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    Gli statali sono SERVITORI dello Stato.
    Basterebbe poterli licenziare davvero, quando fanno cazzate.

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    vivo in Svezia, so come funziona: se lo avesse detto che prendeva in prestito il timbro per finire il lavoro a casa non c’ era nessun problema. Non e’ vero che nessun dipendente pubblico non porta a casa nulla di quello che c’e’ in ufficio, se deve finire un lavoro, per esempio. Questo esempio e’ un poco estremo.