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I capolavori di Guido Reni

Anna Vittoria Zuliani

E’ stata prorogata fino all’8 gennaio la mostra “Guido Reni per Reggio Emilia”, che riporta due opere dell’artista bolognese al contesto cittadino per cui furono realizzate, forti dell’appartenenza che costituisce il senso dell’iniziativa. Si tratta di “Madonna col Bambino in apparizione a San Francesco” (1642) commissionata all’autore per la basilica della B.V. della Ghiara, e “Crocifisso” (1637) destinata all’altare maggiore dell’oratorio delle Cinque Piaghe (Santo Stefano), la prima esposta al Museo Diocesano e la seconda in Cattedrale.

“Madonna col Bambino in apparizione a San Francesco” fu parte del gruppo di opere trovate in casa dell’artista al momento della sua morte, avvenuta nello stesso 1642, e si presenta perciò in una fase larvale: l’autore fece solamente in tempo a delineare le figure con tratti rapidi, che assegnano il quadro all’elenco degli incompiuti. In questo caso è visibile una fase del processo che porta al compimento di un’opera, dove a precedere la stesura sommaria del colore che serve a scaldare la tela bianca, sta il tracciato-guida delle figure della composizione. L’immagine della Madonna con in braccio il Bambino appartiene a questo passaggio intermedio, alla prima stesura delle tinte; la si immagina assumere in potenza il carattere definito proprio delle opere concluse di Guido Reni.

Di ben altro genere è invece la raffigurazione del “Crocifisso”, interessante perché dominata da una sorta di approccio psicologico all’episodio, in sè tipico della tradizione figurativa. A dominarla è uno sfondo scuro da cui emerge solamente la chiarezza del corpo privo di piaghe di Cristo: si tratta di una scelta di rappresentazione che negli stessi anni restituirono anche molti artisti spagnoli (Velazquez, Zurbaràn e scuola) ma che non è estranea alla tradizione italiana dove trova anzi radici molto più profonde. La figura dell’uomo è sola e protagonista in uno spazio ideale e disorientante perchè privo di superfici di confronto, fatta eccezione per alcune rocce nella parte inferiore della tela, che per loro natura non forniscono indicazioni dimensionali. Sembrerebbe uno spazio privato persino dell’aria se non fosse per il drappo bianco spinto da un colpo di vento verso la luce. Nel rappresentare il momento della morte vengono meno la geometria e la matematica a base del disegno, non esiste in questo caso nessuna teoria che faccia da guida.

La tela è dominata dalla stesura di un grigio impenetrabile, che si interrompe nella parte superiore per uno squarcio aperto dalla luce: la sua lettura cronografica procede dunque dal basso verso l’alto, la sua altezza misura il frangente della morte di Cristo. Si tratta di un’allusione ad una condizione presente e ad una conseguenza futura, non ad uno spazio reale e rappresentabile. La morte si svolge in una dimensione atemporale ed a-spaziale, il soggetto viene lasciato solo, privato anche delle figure per tradizione ritratte ai piedi della sua croce (Maria, Giovanni e le donne), sospesa in quell’attimo che trasporta l’uomo dalla roccia allo spiraglio di luce aperto nell’impenetrabilità del buio, “quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra” (Lu, 23,44). L’uomo è solo al momento della morte, ma alle sue spalle compare la premonizione della resurrezione, la prova della redenzione. Il Crocifisso fu un soggetto ragionato ripetutamente negli ultimi anni della vita del pittore: con quest’opera Reni raggiunge la maturità per la severa astrazione e la carica metafisica dello spazio in cui cala la scena, e per la dimensione umana e divina di Cristo che convivono armonicamente nella stessa tela.

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