HomesliderI Cani, (auto)ribellione indie

I Cani, (auto)ribellione indie

Luca Gemmi

“Toglierei l’amicizia al settanta per cento di quelli su Facebook, ma in fondo non voglio vedere ridotto il mio impero.” Partecipi e disincantati. Una fotografia della quotidianità adolescenziale nell’epoca post-moderna dei socialnetworks, i Cani sanno quello che dicono perchè parlano di loro stessi. Dopo l’uscita dell’attesissimo e ancor più discusso “Sorprendente Album d’Esordio Dei Cani“, la onemanband si trasforma in gruppo vero e proprio. Venerdì sera al  Corallo di Scandiano ha svelato il volto tenuto segreto affiancato da due tastiere, un basso e una batteria.

Una delle band più odiate e applaudite del panorama italiano degli ultimi mesi, non si è fatta certo notare per gli arrangiamenti. Ma la sonorità funziona. Un elettropop già sentito e i sintetizzatori che guardano alla New Wave anni 90 si legano a un sound che collega la vena cantautoriale italiana all’universo alternativo dell’indie rock romano e non solo. Ma i Cani sono molto altro. Un disegno impietoso del mondo sociale urbano, il microcosmo adolescenziale romano descritto con un realismo spiazzante, del “E’ vero, è proprio così”.

“Sacrificavi i tuoi dicianov’anni curva su di un MacBook Pro”: il rischio è sembrare santoni che puntano il dito verso clichè e stereotipi che loro stessi impersonano. Ma i testi urlati sopra ai Synth sono le riflessioni di chi è cosciente di far parte dello stesso mondo che racconta, di “emo riciclati” e “finti nerd con gli occhiali da nerd” che criticano i “dieci euro in cambio di un Long Island Gratis” aspettando in fila davanti alla discoteca. Non pretendono di essere onniscienti nè di insegnare qualcosa, ma di rappresentare l’hic et nunc di ogni giorno e ci riescono bene. Una ragazza prima dell’esame di maturità, un amore finito male, le coppie che su Facebook non sono più amiche, i neofascisti romani dei quartieri alti, un anarcoide che si veste come un impiegato.

Una panoramica che si chiude con “Velleità” che dai nati nell’89 che “mettono su Flikr belle foto in bianco e nero” fino ai nati nel ’59 che “tengon corsi di teatro, e, quando va bene, si rimorchiano le allieve” offre un ampliamento del microcosmo giovanile, seguito da una frenetica e serrata critica a tutto quello che rimane: artisti indipendenti, critici musicali, nichilisti col cocktail in mano. Ma sopravvivono “i gruppi hipster, indie, hardcore, punk, electro-pop, i Cani”

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