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Esclusivo A tu per tu con Ciro Ferrara

Stefania Chieppa

Ex campione del Napoli e della Juventus, fino a poco tempo fa allenatore della Nazionale under 21 e oggi nuovo allenatore di serie A nella Sampdoria. Ecco Ciro Ferrara che parla della sua vita e del suo lavoro.

Un grande campione come te ha vestito solo due maglie nella sua carriera, perché?

Sì sono stato esattamente 10 anni al Napoli (dall’84 al ’94) e 11 alla Juventus (dal ’94 al 2005); non ho voluto girare per l’Italia in cerca di altre squadre, questo mi ha permesso di avere una grande continuità con entrambe le società portandomi quindi ad ottenere risultati nel tempo.

Il fatto di esserti staccato dalla tua città e trasferirti al nord cosa ha comportato?

Mi sono allontanato dalla mia città a 27 anni, un’età abbastanza matura per poter affrontare un’esperienza così importante in una società come la Juventus che è sempre stata abituata a vincere e in una città così diversa da Napoli. Certo i primi mesi sono stati duri, ma poi devo dire che sono riuscito ad ambientarmi piuttosto bene, anche perché Torino è abitata da tanti meridionali, il fatto di abitarci ormai da così tanti anni vuol dire che ne è valsa la pena.

Hai mai ricevuto offerte all’estero?

Sì. negli ultimi anni di carriera ero stato contattato dal Chelsea, dove l’allora allenatore era Vialli e poi dal Monaco in Francia, ma siccome negli ultimi anni con la Juventus ho sempre firmato contratti annuali che mi sono sempre stati rinnovati, non mi è sembrato il caso di andare a cercare gloria altrove. Anche se con il senno di poi forse un’esperienza all’estero non mi avrebbe fatto male.

Qual è il ricordo piú bello che ti porti nel cuore, sia negli anni passati al Napoli che quelli alla Juve?

Guarda non vorrei fare torto a qualcuno, però posso dire che tutto è cominciato con il mio primo scudetto con gli allievi del Napoli per finire poi con l’ultimo scudetto vinto qui a Torino nell’anno in cui ho poi deciso di smettere. Tutte le vittorie hanno comunque un sapore diverso, non ci si abitua mai, ma ho avuto grandi soddisfazioni a vincere quegli scudetti con il Napoli che è anche la mia città ed è la squadra per cui tifo tuttora, dove ero il capitano nonché il beniamino di casa. Approdato a Torino la realtà era ben diversa, mi sono dovuto mettere in gioco ed è stato un ottimo incentivo per trovare nuovi stimoli che mi hanno poi permesso di ottenere grandi risultati dagli scudetti alla Champions League e riuscire a ritornare a giocare in Nazionale.

Aver giocato al fianco di Maradona cosa significa per te?

Ho avuto la grande fortuna di giocare al suo fianco tutti i sette anni che lui ha trascorso al Napoli perchè io ero tra i piú piccoli; per me, per noi giocatori e soprattutto per tutta la città Diego era un esempio, un simbolo unico. La cosa bella di lui era che non faceva mai pesare a noi suoi compagni di squadra il fatto che fosse il piú grande giocatore al mondo e con noi si comportava da amico. L’aver ereditato da lui la fascia di capitano è stato qualcosa di indescrivibile perché la fortuna di poter rappresentare la propria città non è da tutti.

Tra i tanti tuoi gol qual è per te quello piú significativo?

Come tecnica e gesto atletico il rigore calciato nella finale di Champions Ligue a Roma contro l’Ajax con la Juventus e quello contro lo Stoccarda dove vincemmo la Coppa UEFA con il Napoli.

Da giocatore sei passato ad essere allenatore, come cambia l’approccio?

Cambia tutto totalmente. Il giocatore è piú “egoista”, pensa ai suoi allenamenti,alla sua condizione e alla sua prestazione,ma poi torna a casa e l’indomani è un nuovo giorno. Mentre l’allenatore ha delle responsabilità non indifferenti, deve pensare alla programmazione, al tipo di allenamento, deve discutere con la società, gestire la tifoseria, il tipo di comunicazione e soprattutto mettere insieme 24 teste che non è semplice… quindi si è sottoposti a costanti pressioni.

Com’è il clima nello spogliatoio?

Per poter avere un clima sereno il giocatore deve essere intelligente nel capire le scelte dell’allenatore, perché sicuramente non sono fatte con il cuore ma con la testa per il bene di tutta la squadra. Certo succede che l’allenatore possa commettere degli errori ma poi subisce le conseguenze.

Hai allenato la Juventus per poco tempo, la nazionale under 21 e sei da poco passato alla Sampdoria, che differenze trovi?

Sono due cose completamente diverse l’allenare un club e la nazionale, perché in quest’ultima si hanno meno pressioni, il lavoro non è richiesto quotidianamente ma ci sono dei periodi prestabiliti. Non si ha un contatto giornaliero con i proprio giocatori, ma si seguono a distanza. Sicuramente riesco ad avere piú tempo da dedicare a me stesso e alla mia famiglia, ma per chi vuole fare l’allenatore il fatto di crescere e formare i giocatori di un club sono altre sensazioni perchè li senti piú tuoi.

Che ambiente hai trovato arrivando a Genova e su cosa avete iniziato a lavorare?

In agosto ho iniziato questa avventura con la Sampdoria e devo dire che per me è una grande soddisfazione poter allenare una squadra come questa perché la società rispecchia molto le mie idee e la trovo idonea ad una persona come me. È una società molto seria, con basi solide, dove tutti cercano di andare sulla stessa linea d’onda. Il lavoro principale che sto facendo e quello di creare un gruppo molto unito, sono ragazzi giovani che si stanno formando come persone oltre che come giocatori e sanno che l’atteggiamento da mantenere è sempre rivolto al bene di tutta la squadra qualsiasi scelta verrà presa.

Parlando della tua famiglia…hai tre figli, qualcuno di loro proverà a prendere la tua strada?

La più grande studia ( 22 anni), i due maschi giocano a calcio (uno di 19 anni e l’altro di 10). Quello di di 19 anni si diverte, non credo mai possa percorrere le mie orme e che il calcio possa rappresentare il suo futuro, e in questo senso non ho mai voluto mettergli certe pressioni. Se per loro sarà una vera passione allora potranno dedicarsi completamente a questo sport,altrimenti seguiranno serenamente la loro strada. Comunque non deve essere facile per loro affrontare spesso situazioni in cui vengono paragonati al padre, ma il calcio è uno sport molto selettivo dove ogni 3 giorni c’è una verifica sul campo e proprio per questo non devono per forza provare ad imitarmi.

C’è un giocatore che oggi rispecchia quello che eri tu?

Devo dire che oggi il calcio è cambiato molto, io sono cresciuto con la marcatura a uomo e c’era molto di più la specializzazione in un ruolo, oggi no.
Comunque ci sono ottimi giocatori e non vorrei fare nomi altrimenti farei un torto a qualcuno.

Chi è secondo te oggi un ” grande” calciatore?

Pirlo sicuramente. Lui è un campione con la C maiuscola anche se poco pubblicizzato.

Cosa pensi del “calcio scommesse”?

E’ sicuramente una brutta pagina del nostro sport, sono episodi che non dovrebbero succedere, ma purtroppo ormai nel calcio si sentono sempre più spesso degli scandagli, sta nell’intelligenza della persona cercare di non farsi coinvolgere e continuare a lavorare con professionalità. Mi dispiace per Antonio Conte che sia stato chiamato in causa e non sta a me valutare la sua colpa qualora ci sia, ma devo dire che spesso si è coinvolti ingiustamente per mia esperienza personale.

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