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Einstein on the Beach, rivoluzione a teatro

Cristina Fabbri

Da Montpellier a Londra, da New York a Mexico City, passando per Reggio Emilia. Dopo mesi di attesa, arriverà questo fine settimana nella nostra città – al Teatro Valli – “Einstein on the Beach”, capolavoro del regista Robert Wilson e del compositore Philip Glass, che riscrive tutte le regole dell’opera convenzionale e segna una nuova epoca. Ma non è tutto: il Municipale sarà l’unica tappa Italiana.

Saremo messi di fronte a un’opera rivoluzionaria che vanta un successo internazionale sin dal suo esordio, quando venne messa in scena per la prima volta in Francia al Festival di Avignone nel 1976 e in seguito venne portata in Europa e al Metropolitan di New York. Ora, che torna a calcare i palchi a quasi quarant’anni dal suo debutto e a venti dalla sua ultima volta, fa ancora parlare di sé.

Articolata in quattro atti tra loro collegati e separati da brevi intermezzi musicali, durerà ben cinque ore. Il pubblico però non deve temere: anche se non vi saranno gli intervalli tradizionali, potrà muoversi liberamente durante lo spettacolo, entrando e uscendo dalla sala. Mentre si muoverà in libertà, questo sarà quello che avrà dinnanzi agli occhi: coreografie astratte saranno in primo piano, mastodontici oggetti – un treno, un tribunale, una nave spaziale – saranno al centro della ribalta, non mancheranno giochi di luce a barre verticali, orizzontali, circolari attorno ai performers. Neanche una parola parlata, solo corpi, voci, immagini ricorrenti che fungeranno da collante. La danza sarà quella della coreografa americana Lucinda Childs e la musica sarà tutto tranne che convenzionale. Così come avvenne all’epoca del debutto – quando invece di un tradizionale arrangiamento per orchestra, Glass preferì comporre la partitura per sintetizzatori, legni e voci del Philip Glass Ensemble – anche la nuova produzione farà lo stesso affidando l’esecuzione al Philip Glass Ensemble, sotto la direzione di Mikael Riessman (direttore storico della prima assoluta di 40 anni fa).  Uno spettacolo innovativo e acclamato ieri – visto che, come si diceva, rappresentò una profonda frattura con la tradizione precedente – e che oggi nella sua chiave ancora più radicale mira a conquistare una generazione ben diversa da quella di 36 anni fa.

Dal Valli ricordano le parole del produttore e critico d’arte del “New York Times”, John Rockwell. Dopo aver visto per la prima volta lo spettacolo, disse: “Einstein non è paragonabile a nulla che io abbia mai incontrato. Credo che l’inafferrabilità che emana in abbondanza sia simile a quella che emanano certe stelle brune i cui effetti si possono solo percepire con i sensi. La sinergia tra parole e musica sembra perfetta”. E ancora: “Einstein on the beach, forse proprio come Einstein stesso, trascende il tempo. Non è (solo) un prodotto artistico della sua epoca, è un’opera senza tempo…”.

Che sia anche per questo che torna quest’anno, in tour, in diversi teatri sparsi per il mondo?

Con “Einstein on The Beach” si ripropongono  diversi  interrogativi. A partire dal nome: perché Einstein? Wilson dice che voleva “fare un’opera su Hitler o Chaplin, nomi noti a tutti. Scelsi Einstein: il pacifista responsabile della bomba atomica. Lascio agli spettatori libere associazioni”. Questo però è solo uno dei tanti quesiti. Per chiarirsi le idee è stato organizzato per giovedì 22 marzo, ore 18 nella sala Stampa del Ridotto del teatro Municipale, un incontro a ingresso libero con il musicologo Franco Fabbri. Si chiama “Da un Einstein all’altro fino a Wall Street” e preparerà il terreno per sabato 24 marzo, alle 19, e domenica 25, alle 16.30, quando le porte del Valli si apriranno per il duplice evento.

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