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Cronache abbadiane

L’idolatria reggiana si consuma ancora una volta sotto sera. Uno solo è il nostro Maestro e, che Dio ci fulmini, non è Gesù di Nazareth ma Claudio Abbado da Milano. Sempre meglio comunque di un vitello d’oro. Abbado fisicamente infatti appare un’acciuga di platino. A volte, anzi sempre, ritornano: il pubblico di casa, non propriamente di primo pelo, non fosse per qualche pelliccia modestamente esibita, lascia nell’armadio gli abiti da sera e, visto l’ultimo vento freddo del nord, si veste pesantemente più spartanamente. Pochissimi vip; solo il mondo bancario-imprenditoriale è ben rappresentato. Assenti i vertici Iren; sottoposti anche martedì sera a “pressioni eccezionali”.

Figli di un foyer minore: il concertone-evento della stagione teatrale porta al Valli Abbado padre (non Abbà) fortemente voluto dal figlio Daniele, direttore artistico dei Teatri e la Maga-Magò del pianoforte internazionale, Martha Argerich. Un duetto di sicuro successo e francamente impareggiabile sul palco. Col fantastico duo se ne va anche, anno dopo anno, una buona parte del budget culturale della città del Tricolore. Ma sono spesi bene; non fosse per i due arzilli e talentuosi di cui sopra, almeno per i circa 50 orchestrali della Mahler Chamber Orchestra. Le speranze vanno foraggiate. Anche e soprattutto col vil denaro.

Mancamenti: la consacrazione (letterale) del Maestro avviene più o meno come i Vangeli Canonici descrivono la Via Crucis. Abbado cede la bacchetta del comando al suo assistente nell’Ouverture di Egmont. Non si sente bene e dirigere Beethoven (che l’iconografia ci riporta sempre teso e scarmigliato) potrebbe essere oltremodo pericoloso. Ma, avuto il poppante il suo momento di gloria, Abbado riprenderà in mano le redini musicali del potere per chiudere in bellezza con Mozart e (nella seconda parte) Schubert.

Sipario: il concertone dell’altra sera era, programma a parte, la riproposizione di quello dell’anno prima. Ed anche la platea reggiana, pur ipertradizionalista nella politica e nelle abitudini, fa segnare una tacca in meno nell’applausometro che sempre deve accompagnare riti e liturgie. E quelle con Abbado si risolvono non in spettacoli ma in celebrazioni vere e proprie. Prendete ad esempio l’usanza che l’artista ha di farsi chiamare una decina di volte, con battimani e rullate di piedi, prima di riconcedersi per pochissimi minuti. Al netto di metri di palco percorsi, calorie bruciate nel comparire e scomparire dal proscenio e sorrisi stampati da mantenere con notevole sforzo nervoso, la successiva performance artistica diventa una passeggiata.

Martha Argerich per esempio, invocata (anzi, evocata e vedremo perché) per dieci minuti, è comparsa a ripetizione nella penombra del municipale fluttuando dietro gli orchestrali come Belfagor il fantasma del Louvre suscitando notevola apprensione nei palchi da dove la visuale è più schiacciata. Poi si è concessa per un minutino scarso di pianoforte. Come in una seduta spiritica; mezz’ora di evocazioni per un colpo solo.

Siparietto: palco 12, Ordine primo. Durante la “Tragica” di Schubert, una coppia di ottuagenari si scioglie in un antico gesto d’affetto, naturale epigono di un impetuoso amore perduto. E noi, Cupidi scipiti, guadagnamo l’uscita prima dell’ultimo, inerziale applauso. Col favore delle tenebre.

Ultimi commenti

  • Ero al concerto.
    Non capisco l’ostilità di questa “Cronaca”, ostilità diffusa con generosità quasi in ogni riga.

    • Caro prof. nessuna ostilità, solo disincanto vagamente ironico. Grazie per la “generosità”. Con stima

      • La ringrazio per la gentile risposta.
        Le segnalo la recensione di Carla Moreni su Il Sole 24 Ore del 21 marzo, di tutt’altro tono, che conclude: “Fine concerto trionfale”.
        Lo so bene che, come su molte altre questioni, è più che legittimo che le valutazioni differiscano.