Capossela merita un bicchiere di rum

Anna Vittoria Zuliani

La musica inizia a suonare dal torace di una balena, cassa di risonanza per suoni cupi, neri-neri come un ventre che rovescia la bianchezza esteriore del Leviatano, perturbante e inafferrabile. L’atmosfera è quella che sa di alcol e umidità, di una sera nella stiva di una nave persa nel mare in burrasca, dove ci si consola degli umani residui sentimenti alla luce delle lanterne tra caraffe di rhum e risate lascive, dove la dimensione profana quasi parla un idioma sacro che viene dalla conoscenza dei misteri del mare, che chiama le sue creature per nome, che conosce il senso della loro cattura.

Chi ha reso immortale il mare ed i suoi fantasmi trova spazio in una sorta di raccolta antologica nell’ultimo lavoro di Vinicio Capossela, da Giona nella balena alla lotta instancabile del Capitano Achab, da Lord Jim e la sua umana fallibilità al leggendario Billy Budd (o del rischio di suscitare un odio gratuito, e per questo del dover morire). Ci si immerge negli abissi, dove regna il buio: la pancia della balena si frammenta, le sue parti iniziano ad ondeggiare ed oscillano sinuosamente. Sempre oceano, mare, scena di interno: parla ora il “Polpo d’Amor”, l’atmosfera si avvicina ironicamente a quella dei Cafè Chantant e la voce del narratore illuminato a spot si fa più calda, in un mantello tentacolare luccicante di lustrini. Les chanteurs indossano code di sirena mentre ammiccano sulle note di una canzonetta-filastrocca alla Fred Buscaglione.

Il registro cambia, il racconto assume un tono più antico, sotto ad un cielo limpido di mari del sud e all’aria che profuma di ambrosia, il mare prende il colore del vino, e tra lo scroscio dell’acqua sogni un lontano canto di sirena. Le costole del mostro bianco si aprono e respirano, disegnano una lira con le corde dell’impiccagione di Billy Budd. La nuova dimensione è quella epica, viene messa in scena l’Odissea e il teatro diventa una scatola magica che racchiude la fermezza di un uomo nel suo eterno oscillare, tra le virtù, le tentazioni e le colpe da espiare o da cui sottrarsi, aggrappandosi ai consigli di Tiresia. Un vacillante Polifemo (tradotto in Vinocolo) incontra Ulisse in una sequenza di suoni e voci primordiali che parlano per verbi all’infinito di fame, sete, sonno, tempo, dove a tradirlo è la curiosità di qualcosa di nuovo.

Dal repertorio incalza Il Ballo di San Vito, unico “fuori tema”, un girotondo di sonorità popolari e strumenti senza nome chiama alle danze maschere che riportano alla Magna Grecia. Lo spettacolo è in definitiva per la completezza della propria struttura, uno di quelli che avvolgono lo spettatore in una sorta di placenta, in questo caso quasi visibile, come se ci si trovasse nello stomaco del Leviatano, nello stomaco del mito. Capossela si fa chiamare Ismaele: “Io soltanto mi sono salvato per potervelo raccontare”. La sequenza spazio-temporale oscilla ad ondate, ci si lascia trasportare per fermarsi solo a tratti, quando l’autore si prende la licenza di interrompere il flusso narrativo con qualche battuta pungente. Sull’attualità, perché restando a tema di ‘Marinai, Profeti e Balene’, “mai come oggi è chiaro il significato dell’espressione ‘siamo tutti nella stessa barca“, e perché fa bene abituarsi agli scossoni da torpori piacevoli. Lo spettacolo al Valli sarebbe probabilmente finito, se non fosse stato per la naturalezza con cui Capossela si è appropriato del pianoforte, del microfono e di una birra per ridere dei suoi ricordi dietro l’angolo.

Merita un bicchiere di rhum.

Share This Post

GoogleRedditBloggerRSS

One Response to Capossela merita un bicchiere di rum

  1. Avatar
    Michele 16 Novembre 2011 at 23:44

    vitto sei straordinaria …