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Oscar a Spotlight: disaccordo

SpotlightIl caso Spotlight

Titolo originale: Spotlight

Regìa: Thomas McCarthy

Top star: Michael Keaton

USA 2015

 

In effetti Spotlight, come dice il titolo italiano, è un caso. Inspiegabile.

L’avessimo visto prima della Notte degli Oscar, qui al Bar De Curtis, l’avremmo guardato e archiviato, senza battere ciglio, come cento altri film. Ma il guaio è che l’abbiamo visto dopo il celebre “and the winner is…”. E noi da un film che vince l’Oscar ci aspettiamo…qualcosa. Che ci tenga lì, incollati allo schermo. O che ci faccia ridere, o che ci faccia piangere, o che ci faccia riflettere, o che ci faccia emozionare.

Gruppo di giornalisti d’assalto vuole portare alla luce una serie di abusi del clero sui minori, coperti dalla Chiesa e non solo. Ci riesce. Fine del film.

Nessuna scena madre. Nessuno che perda la vita o il lavoro per amore della verità. Pressioni per insabbiare nella norma. Depistaggi seri non pervenuti.

Certo, i reporter-segugi devono districarsi fra tribunali e documenti secretati, ci mancherebbe altro, ma rispetto a Ustica o al 2 Agosto di Bologna è una passeggiata di salute, piuttosto noiosa per chi osserva e ha pagato il biglietto.

Tensione zero, pathos meno di zero, visto che si tratta di una storia vera e si sa come è andata a finire. Eppure viene presentato come un thriller.

Colpo di scena solo uno, moderato, sul finire della pellicola, ma di lieve entità (un senso di colpa di Keaton) e comunque immediatamente attenuato dal perdonismo imperante.

Quindi? Quindi boh, non chiedete a noi.

Come thriller fa venire sonno, non c’è un solo singolo istante in cui ci sia il sentore che possa finire male, e del resto la sceneggiatura (da Oscar pure questa, no comment) non ha nessun asso nella manica da calare sul tavolo, preoccupata di seguire la realtà.

Sull’indignazione e il voltastomaco per l’argomento trattato siamo tutti d’accordo, i preti-pedofili sono una piaga quanto mai attuale, ma qui si rischia di perdere di vista un concetto fondamentale: l’Oscar è alla dignità e alla correttezza politica dell’argomento trattato o alla riuscita del film nella sua globalità, forma e contenuto? Signori, questo è cinema, non un’inchiesta, un reportage o un documentario. E in tutta onestà “Spotlight” di anima ne ha poca, è un compitino fatto per strappare un 6 in pagella, che non scuote mai le corde degli spettatori, perlomeno di quelli da bar come noi.

Eh, ma è una storia vera, obietta Tonino, l’ultimo fenomeno e sedicente esperto entrato a far parte della ristretta cerchia del Bar De Curtis. Eh, macchissenefrega se è una storia vera. Ispirati alla storia vera e poi vai per la tua strada, inserisci depistaggi, doppi giochi, prove fabbricate ad arte, cospirazioni di altre confessioni religiose eccetera eccetera. Che problema c’è?

Chiaro, se la corsa all’Oscar è tra Spotlight, l’altrettanto noioso Ponte delle Spie, il fine a se stesso postapocalittico Mad Max o il contadino spaziale di The Martian che alla fine si trasforma in Iron Man, ok, può starci la statuetta. Ma se in gara ci sono anche La Grande Scommessa, un film per addetti ai lavori di alta finanza che perlomeno ha il pregio del ritmo e di qualche trovata registica, e soprattutto il “brutale” e pragmatico Revenant…beh, no, l’Oscar non puoi darlo mai a Spotlight e al suo trionfo della verità privo di adrealina.

 

PS: per il secondo anno di fila Michael Keaton è protagonista del film che vince l’Oscar (nel 2015 “Birdman”) ma non porta a casa nessuna statuetta personale; comunque mica male per un attore che sembrava molto e sepolto. Oltre all’Oscar per il miglior film Spotlight ha vinto pure quello per la sceneggiatura originale, come abbiamo detto, ma almeno giustizia è stata fatta per quelli non vinti da regista, attore non protagonista e attrice non protagonista, rispettivamente Mark Ruffalo con frangetta alla Antonio Banderas e Rachel McAdams, bravini ma nulla più, chiamati alla semplicissima ordinaria amministrazione.

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