Davvero i film di una volta erano più belli? Parliamone

Sarà poi vero che “non ci sono più i film di una volta”? Stanchi di aspettare l’uscita di qualcosa di interessante al cinema, per sciogliere il dubbio qui al Bar De Curtis ci siamo regalati una rassegna di capolavori (parliamone) statunitensi degli anni ’50.

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Un tram che si chiama desiderio 

Titolo originale: A Streetcar Named Desire
Regìa: Elia Kazan
Top star: Marlon Brando, Vivien Leigh
USA 1951 

Vivien Leigh irrompe con la sua verbosità nevrotica nella quotidianità della coppia Marlon Brando-Kim Hunter. Il film dura due ore e dopo un’ora e cinquantatre minuti si intuisce che qualcosa succede. E a mettere a dura prova la sopportazione dello spettatore ci pensa anche il nome di scena della Hunter (Stella) ripetuto e urlato un miliardo di volte.

Frasi come “Le piacciono i lunghi pomeriggi piovosi di New Orleans, quando un’ora non è un’ora ma un frammento d’eternità caduto nelle nostre mani e non si sa cosa farsene?” e recitazioni ad occhi sgranati, sguardi in camera e sospiri teatrali fanno sorridere, tanto quanto il titolo. All’epoca deve invece aver sorriso poco Marlon Brando, visto che gli attori sono quattro (lui, le già citate Leigh e Hunter, più Karl Malden) e lui è stato l’unico a non vincere l’Oscar. Inspiegabile. Non il mancato Oscar a lui, ma il premio agli altri tre.

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Fronte del portoFronte del porto

Titolo originale: On The Waterfront

Regìa: Elia Kazan

Top star: Marlon Brando, Rod Steiger

USA 1954

Storia di mafia, omertà, amore e verità. Che messo giù così pare tanta roba, ma il guaio è che gli 8 (!!!) Oscar vinti alzano di parecchio l’asticella delle aspettative. Tutti premiati: film, regista, Brando, Eva Marie Saint (attrice non protagonista), sceneggiatore, fotografo, scenografo, montatore. Tutti tranne Karl Malden, che interpreta (bene) il personaggio più interessante; noi l’Oscar l’avremmo dato solo a lui, giusto per ribadire quanto non ne capiamo di cinema e quanto sembri un discreto film e nulla più il “Porto”.

Nota a margine su Marlon Brando: saranno anche cambiati i canoni estetici, ma…sex symbol? Lui? Seriamente?

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La gatta sul tetto che scotta

Titolo originale: Cat On a Hot Tin Roof

Regìa: Richard Brooks

Top star: Paul Newman, Elizabeth Taylor

USA 1958

Newman beve per tutto il film, come e più di Nicolas Cage in Via da Las Vegas, ma non si ubriaca mai, in questa storia di eredità, parenti-serpenti e rapporti genitoriali irrisolti. Facciamo che il suo personaggio abbia una clamorosa soglia di tolleranza all’alcol e non indaghiamo oltre sulla performance di Paul, tanto bello quanto rigido. Il film parte bene, ma per scoprire perché Newman beve e non ne vuole sapere della bellissima moglie Elizabeth Taylor, bisogna attendere più di un’ora. Si parla tanto, si combina poco, ci si annoia abbastanza, meno comunque che nel Tram di Brando. Zero Oscar nonostante sette nomination.

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Gioventù bruciataGioventù bruciata

Titolo originale: Rebel Without a Cause

Regìa: Nicholas Ray

Top star: James Dean

USA 1955

Al di là degli zero Oscar, che vogliono e non vogliono dire nulla, se vai a leggere i giudizi di che ne capisce sul serio, ti imbatti in sentenze tipo “capolavoro” e “opera senza tempo”, per non parlare del mito James Dean, che viaggia tra l’ “icona” e il “tormentato”. Noi cialtroni del Bar De Curtis ci limitiamo a una serie di considerazioni sul “ribelle senza causa” (titolo originale): Dean guarda sempre di sbieco e ha l’aria di chi non sta bene; nell’ultima scena piange un amico morto con un’espressione rivedibile (e siamo gentili, ve lo assicuriamo) e tre secondi dopo presenta la nuova fidanzata ai genitori. Alé.

E la trama? Si parla di bullismo e di rapporti problematici coi genitori, ma pigliarsi a coltellate o lanciarsi da una scogliera non sarà un po’ troppo? Poi scusate: tutto in quella notte succede? Quanto dura? E ‘sti benedetti ragazzi, non saranno un po’ avanti con gli anni per interpretare la parte dei giovani studenti?

Emblema dei tempi cambiati la scena in cui la figlia adolescente se la prende perché il padre, rientrato a casa, non la bacia. Altra vita, altro cinema. Così sia.

Il gigante

Titolo originale: Giant

Regìa: George Stevens

Top star: Rock Hudson, Elizabeth Taylor, James Dean

USA 1956

Di una lunghezza generazionale (3 ore e 10 minuti), come generazionale è la storia di Rock Hudson e sua moglie Elizabeth Taylor, e di James Dean, ricco di famiglia il primo, arricchito dal nulla l’ultimo. Quattro minuti, cronometrati, per udire la prima parola pronunciata da un attore, vi basti questo. L’espressione malinconico-sofferente di Dean è funzionale al personaggio borderline e stavolta convincente, ma intitolare questo film “Il Gigante”, con Rock Hudson che di fianco a lui sembra alto tre metri e mezzo, non è certo il massimo dell’eleganza. In bacheca un solo Oscar, al regista.

Discorso di chiusura complessivo su Tram, Porto, Gatta, Gioventù e Gigante: si recita in altro modo, si inquadra in altro modo, si racconta in altro modo, rispetto ai film di oggi. Saranno anche capolavori (de gustibus), ma mostrano tutti i loro anni. Come il calcio di oggi: fa schifo, ma si corre di più. E se guardi una partita di 50 o 60 anni fa, la prima cosa che noti è che passeggiavano in campo. Pelé o Maradona? Se davvero il confronto è vanificato dai tempi e modi di gioco cambiati, idem per i filmoni di una volta e i film di oggi. Proviamo a salvarci così, in calcio d’angolo.

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