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Antonio Fantozzi, scrittore del futuro primitivo

Michele Moramarco

Si può concordare o no con il suo “gergo”, si può essere in sintonia o provare ripulsa per certe sue incursioni nel brutale (chi scrive queste righe – mai stato fan di Bukowski – ha espresso le sue belle rimostranze all’autore, in merito), ma sul fatto che Antonio Fantozzi sia uno scrittore “di razza” ci sono pochi dubbi. Così come è indubitabile che quella che potremmo definire una violentatenerezza sia la “vis a tergo” della sua scrittura, una tenerezza per la vita che è in qualche modo violata dalla brutalità del reale, e una nostalgia dell’infanzia, non solo della propria, ma dell’ infanzia cosmica e, di conseguenza, uno sguazzare nelle sfere – onelle bolle – di una fantasia zoomorfa che volentieri si converte in iper-realismo, un immergersi deliziato nel ventre di una Grande Madre come quello di un bimbo nel mare, secondo i paradigmi analitici del Thalassa ferencziano.

Antonio Fantozzi (che si definisce “un artista figurativo e uno scultore che si guadagna da vivere facendo tutt’altro”) esordì con Francobolli del Senegal (L’AutoreLibri, Firenze 2006), ispirato dalla sua esperienza di patron dell’ente XOL, che si occupava di sostegno alle popolazioni senegalesi. Narrazione scarna (a tratti scultorea), scevra dalla retorica,tanto comune quando si parla di “etnie”, ma intensamente evocativa, un quadro penetrante e poliedrico della realtà umana di laggiù, incorniciata entro schizzi di una natura arcaica, nei quali la parola davvero si fa immagine, forma e colore.

La seconda escursione narrativa di Antonio Fantozzi, inaugurante una trilogia “reggiana” in corso, è stata Il caso (L’Autore Libri, Firenze 2010), opera che può definirsi un intreccio di favole noir social-popolari (quest’ultimo aspetto potrebbe richiamare il film Riso amaro di De Santis). Non è un giallo: Fantozzi, anzi, confuta il meccanismo del giallo citando Dürrenmatt (che, per restare in tema di noir e socialità, di visuale ci ha lasciato un incredibile disegno con Mazdak, riformatore zoroastriano del V-VI secolo, conficcato a testa in giù nella terra), ma certamente non difetta del senso di enigma, sospensione e incombenza che si associa a quel genere. Ma qui c’è molto di più. Il “caso”, il grumo efferato e le situazioni di contorno (tutte scritte in modo visuale, al punto che il libro si “vede” più che leggersi, pregno di un iper-realismo che può ulcerare anche gli stomaci più scafati) sono collocati e letti in un contesto antropologico preciso, quello di una città – Reggio Emilia – che fuoriesce dal testo come “svenduta”, abbandonata a se stessa dai suoi capetti, decimata nelle fibre. E si avverte, nitido quanto pudico, un amore per il meglio di questa terra nel suo tempo perduto, senza nostalgismi scontati, ma piuttosto con evocazioni della traditio, sia essa quella dei vecchi vicoli e del grande fiume, il Po, oppure quella esoterica alla Guénon, severa contro il moderno “regno della quantità”.

Per l’intero corso de Il caso, Fantozzi nuota bellamente nelle brutture ordinarie dell’oggi (del sempre), ma la testa resta fuori, ben piantata nel mondo delle idee, con le radici all’insù come il mitico Yggdrasil. Anche le parti più dure, più scabrose, ne portano traccia. Idee viventi, lumicini dall’Oltre: bisogna vederli però, leggere il libro controluce, se no si perde il meglio. E per restare al piano antropologico, si potrebbe dire, senza esagerare, che Il caso si candida ad essere il romanzo antimafioso per eccellenza, lo spirito – meglio: l’antispirito – mafioso vi è smascherato come uno stilema esistenziale che si annida anche dove meno te lo aspetti, ed è impavido Fantozzi in questo, e santamente impopolare quando non esita a includere alcuni sviluppi della reggianità, come cifra di microumanità, tra quelli contaminati dallo stilema dannato. In una chiosa extra-testuale ai risvolti delle dinamiche del libro, l’autore ha scritto: “Faccio dire all’assassino cose che mi sembrano importanti. E’ come se fosse il diavolo a parlare e dicesse: voi date sempre la colpa a me, ma al vostro confronto io sono un chierichetto. I mostri siete voi. Io resto sempre un passo indietro rispetto alla crudeltà dell’essere umano. L’assassino dice di sé che il suo pensiero si è fatto fascista. Ma se l’antifascismo è di maniera, è come un sonnifero, addormenta la mente e il cuore e permette che tutto accada senza che ce ne sia più coscienza. Così possiamo essere fascisti raccontandoci la favola che siamo democratici. E allora la democrazia diventa una superstizione, e può anche esitare in guerra”.

Ma torniamo allo stile del nostro. Fantozzi è un cultore di jazz, e si sente. Ne Il caso, ogni nucleo narrativo parte da un punto, si svolge in una improvvisazione (l’inatteso è tra le cifre palmari del libro), torna al punto di partenza, con sequenze di parole
ritmiche, battenti, o “a grappolo” come certi accordi di pianoforte jazz (più alla Monk che alla Ellington, diremmo). E come la musica afroamericana, Il caso unisce a un realismo graffiante atmosfere surreali, talché si esce dalla lettura un po’ come dall’ascolto di The Black Saint And The Sinner Lady del grande Mingus, le cui ceneri – sarà un caso? – furono per sua volontà disperse nel Gange, sacro e putrido.

E arriviamo così al secondo romanzo della trilogia, 2 sbirri, la bambina e il pomodoro, edito da Bastogi nel gennaio di quest’anno. Ancora un intreccio di tante storie intorno a una favola noir. E c’è anche qui l’ “intervista allo scrittore”. Fantozzi afferma una sua propria pragmatica della scrittura: uno scrive una cosa perché è quella che sa, e poi ne scrive un’altra quando sa di più. Ma ci si può sbagliare, e allora lo scrittore vero sa chiedere scusa (deontologia mimetizzata nel narrato, scelta efficace, non didascalica). “In un mondo così l’unica trasgressione possibile è l’onestà”: l’alter ego di Fantozzi è apodittico. Ma la convinzione che Fantozzi mostra nello strapazzare idiozie e nefandezze della contemporaneità, di quella reggiana in particolare, lasciano intendere che lo scrittore, qui, non crede di aver sbagliato, e che non solo non chiede scusa, ma semmai rincara la dose. Le pagine sulla città-bottega, “ammalata di bruttezza” e mistificata sotto i falsi clangori di un’ “avanguardia” ormai putrefatta; l’attacco alle psicologhe, che Fantozzi qualifica come particolarmente abili a sfornare giudizi inconsistenti e dannosi; il disprezzo che ribadisce a ogni piè sospinto per il flatus vocis generalizzato da cui siamo afflitti: ecco, tutto attesta la posizione tenacemente defilata del nostro, che, “piccolo piccolo”, chiude il mondo fuori di casa, la sera, come per sottrarsi “alla globalizzazione della merda”. La sua solitudine, però, si sposa bene alla surreale corrosività con la quale Guy Debord e i situazionisti presero di mira le fibre della nostra civiltà, e il richiamo è esplicito.

Ma non si pensi che tutto il romanzo di Fantozzi sia su registri isolazionistici o surreali. No. C’è un’ampia parte fattuale, con riferimenti alle vicende più cupe del nostro paese (ad esempio la strana fine ”automobilistica” di un gruppo di anarchici calabresi – Aricò, Casile … – nel 1970). E ci sono marcati tratti valoriali: uno degli apici dell’opera è certamente il capitolo 24, in cui “parlano” i morti di Marzabotto, e dalle cui righe, di notevole efficacia tragica, esala un profumo di altra vita, che si può solo fiutare affinando l’anima, aprendola delicatamente a ciò che l’anima dell’autore sente e riesce a trasmettere, quella che Aldo Capitini avrebbe chiamato “la compresenza dei morti e dei viventi”. Oltre la disperazione del vivere e del morire sussiste un valore, una qualche virtù trascendente che preme per manifestarsi, per incarnarsi e drenare le cancrene del mondo, per restaurare il regno della Grande Madre, quell’Armonia divina dalla quale, come nella poesia di John Dryden, nascono mondi, ma più amabili del nostro, mondi i cui abitanti vivono continue metamorfosi, da esseri liberi e signori del destino (situazione prefigurata dai personaggi “mutanti” della trilogia, Corvo, ad esempio). Il grembo della Madre cosmica come luogo di vita caleidoscopica.

Ci ha detto Fantozzi: “Nell’episodio in cui l’uomo sulla sedia a rotelle decide di andare a parlare ai morti, ho scelto la strage di Marzabotto anche perché rappresenta l’annientamento del mondo contadino da parte della modernità tecnologica (Nessuno corre più veloce di una pallottola, ho scritto più o meno). Nessuna nostalgia per quel mondo, ma di sicuro quegli uomini e quelle donne erano più vicini alla Grande Madre di quanto lo siano quelli di oggi”. E con queste parole l’autore – che tra i suoi maîtres à penser
include figure come quella di Marija Gimbutas, l’archeologa e linguista lituana che dimostrò la massiva e minuta presenza della Grande Madre all’origine della civiltà, e quella dell’anarco-primitivista John Zerzan – ci rivela l’approdo dei suoi prossimi lavori: l’appello al ritorno della Madre Divina nel futuro primitivo (parafrasando Zerzan), unica possibilità di salute – se mai questa sia possibile – per l’umanità schiantata.

Intanto, Fantozzi resta nel suo spazio, ad “agire osservando” – emulo, forse, del Bianciardi che dissacrò il cosiddetto miracolo italiano ne La vita agra – mentre fa trapelare, forse involontariamente, la sua vocazione materna, perfino mariana, là dove scrive: “Invece di togliere il crocifisso dal muro, togliamo Cristo dalla croce. Ogni Cristo, che il mondo ne è pieno”.

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