HomeInterventiParla Garattini: “Sui vaccini bisogna comunicare meglio. L’Italia in grave ritardo nel produrre il suo”. Intervista

Parla Garattini: “Sui vaccini bisogna comunicare meglio. L’Italia in grave ritardo nel produrre il suo”. Intervista

(Agenzia Dire) Roma. “Le persone devono capire che c’è una grande attenzione e molti controlli sul vaccino, questo può aiutare a dare fiducia. Al tempo stesso le autorità regolatorie devono spiegare, essere capillari, le persone vogliono un punto di riferimento, non gli annunci. Sull’intesa per la produzione di vaccini in Italia siamo in ritardo, così come siamo indietro su tutto il resto e con una ricerca ridotta alla miseria”. Così Silvio Garattini, farmacologo, presidente e fondatore dell’Istituto Mario Negri di Milano, interpellato dalla Agenzia Dire sullo stop ad AstraZeneca e sulla capacità produttiva italiana sui vaccini.

– Professor Garattini, cosa è andato storto?

“Ancora non lo sappiamo – risponde -. Il vaccino di Oxford è stato somministrato nel Regno Unito a 17 milioni di persone e i casi di trombosi o di embolia sono stati 37, un numero atteso nella normale popolazione. Di contro il siero ha diminuito la contagiosità, la gravità della malattia e la letalità. In Italia muoiono ogni giorno 2.000 persone, di morte accidentale, ed è probabile che tra queste possano rientrare anche le persone che hanno ricevuto il vaccino. E’ probabile che il vaccino sia indipendente da questi decessi, ma è altrettanto vero che il vaccino non ci dà l’immortalità – chiarisce -; anzi un antidolorifico può dare un’emorragia intestinale in un caso su 1.000. Ad ogni modo sapremo a breve dall’Ema di cosa si è trattato”.

– Ha detto che serve una buona comunicazione su questa vicenda, la storia con AstraZeneca non è iniziata sotto i migliori auspici.

“Questo vaccino, per usare un eufemismo, è stato un po’ sfortunato – chiosa il professore -, ma sono stati gli stessi produttori a dare informazioni contraddittorie: una dose, una mezza dose, solo per under 55, anzi no, anche agli over 65”.

Secondo Garattini questo vuoto comunicativo è “in parte giustificato perché le sperimentazioni d’urgenza con cui questi vaccini vengono approvati fanno sì che le aziende produttrici aggiornino continuamente i dati e inviino gli aggiornamenti alle agenzie regolatorie. In parte però c’è stata una comunicazione insufficiente, a partire dai livelli apicali in cui tutti parlano e tendono a contraddirsi, senza spiegare quello che succede. E’ ragionevole essere dubbiosi, per questo le autorità regolatorie devono spiegare e non solo una volta, ma ripetere senza stancarsi perché l’informazione deve essere capillare. Non servono grandi annunci”.

– Farmindustria e ministero dello Sviluppo Economico, per conto del Governo, hanno avviato una partnership per produrre i vaccini Covid nel nostro Paese, un’intesa che però vede l’Italia come contoterzista, ovvero che produce per conto di altre aziende.

“Siamo in ritardo su tutto e questo bisogna dirlo chiaramente, perché dagli errori si impara. Già ad aprile 2020 avevamo fatto appello al governo affinché si attrezzasse. La nostra pigrizia fa il paio con quella europea – puntualizza Garattini – che ha fatto i contratti con le aziende produttrici a distanza di mesi rispetto a Stati Uniti e Regno Unito. Abbiamo avuto una mentalità parassitaria, invece dovevamo ampliare da subito gli stabilimenti disponibili, già nella primavera scorsa, se lo avessimo fatto saremmo in altre condizioni, per essere parte della produzione e non solo terzisti”.

– Se si decidesse di produrre i vaccini in Italia, si dovrebbe investire molto e guardare la ricerca in modo diverso rispetto a quanto si è fatto fino ad ora?

“Siamo il Paese in cui la ricerca è alla miseria, letteralmente. Abbiamo la metà dei ricercatori rispetto alla media dei Paesi europei e i nostri migliori se ne vanno all’estero perché non trovano opportunità. Noi spendiamo una cifra irrisoria per quanto riguarda la ricerca – denuncia il professore -, basti pensare che per avvicinarci a quanto spende la Francia, che poi si tratta di un investimento e non di una spesa, dovremmo spendere almeno 20 miliardi di euro in più all’anno”.

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