Ma che bel concerto! Sfoggio di tecnica e classe da due virtuosoni di violino e piano

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APPOGGIATURA. Prokof’ev prova a non addormentarsi al piano

Al guardaroba, dopo il concerto, un signore dietro di me ritirando la sua giacca si lamentava a gran voce dell’esecuzione della prima parte del concerto, il repertorio di Prokof’ev.

Mi sono pentita molto di non aver continuato ad origliare il suo discorso perchè io, francamente, non avrei trovato nulla da ridire sull’esecuzione di questi due fantastici interpreti.

Kolja Blacher, violinista di origine tedesca e formazione americana e Ozgur Aydin, nato in Colorado da famiglia turca, sono due solisti come Dio comanda, capaci di una perfetta armonia di stili, di una magistrale esecuzione e, in più, di quel tanto di anima e sentimento necessari per rendere irripetibile ogni esecuzione.

E così è stato anche nel concerto di venerdì 8 aprile al teatro Valli, anche grazie all’aiuto di un repertorio straordinario che, a mio parere, proprio nella mutevole drammaticità di Prokof’ev, nella intensa eleganza e nello struggente equilibrio della partitura si è dimostrata perfetta per la intelligente e allo stesso tempo intensa interpretazione dei due musicisti.

Qui nella versione di David Oistrakh, il violinista russo amatissimo dal compositore, il primo movimento della Sonata per violino e pianoforte n. 1 Op. 80, che insieme ai Cinque canti per violino e pianoforte op. 35 bis è stata proposta nella prima parte della serata.

Decisamente affascinante anche l’esecuzione di Richard Strauss, di cui è stata eseguita la Sonata per violino e pianoforte in mi bemolle maggiore op. 18, un brano decisamente romantico di uno Strauss giovanile ma non ingenuo, che pur in una evoluzione del suo linguaggio musicale  più complessa di quanto appaia qui, già anticipa, in nuce, l’eleganza e l’attitudine d’insieme del compositore (che poco ha scritto di musica da camera e ha privilegiato sempre l’orchestrale).

Una scrittura romanica – e bellissima- ma che qui, accanto al Prokof’ev appena proposto, risulta un tantino più piatta.

E lo Tzigane di Maurice Ravel per concludere, pretesto virtuosistico per violino e pianoforte, spinto qui agli estremi (un ritmo forsennato quello tenuto dai due esecutori, insieme ad una concentrazione e ad un pathos senza respiro) ha poi chiuso il concerto siglando la cifra interpretativa altissima dei due interpreti.

applauso

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