Ve la do io la Traviata. Non proprio rivoluzionaria, Violetta al Valli è più che altro essenziale

Pare che entrambe le esecuzioni della Traviata, in prima nazionale al Valli venerdì 4 e domenica 6 novembre, siano andate molto bene, a rigor di pubblico.

Foto: da un post di Danilo Rubeca

Foto: da un post di Danilo Rubeca

Verrebbe da chiedersi se ci si può fidare di un pubblico che riempie il teatro per l’opera solo se può incontrare Mimì e Violetta e che applaude ogni due per tre convinto di trovarsi ad un concerto del Liga. E non parlo certo della componente anagrafica che anzi, se Dio vuole, qualche giovinetto, fortunatamente, ancora lo si è visto.

Provo però un feroce dispetto per chi – ad ogni età – ostenta indifferenza per le regole che normano ogni diverso ambiente e che basterebbe un minino di umiltà per seguire e apprendere. E siccome qui non ci troviamo alla presenza della Callas e di Di Stefano, le ovazioni a scena aperta e gli applausi nel cambio scena li possiamo tener da parte.

Partivo molto incuriosita dalla regia, perché la fama di Alice Rohwacher è già piuttosto affermata. E devo dire che questa impostazione non mi ha delusa. Partendo dal personaggio di Marie Duplessis, celebre mondana della prima metà dell’Ottocento alla cui vita Dumas figlio si ispirò per scrivere La signora delle Camelie, morta a 23 anni di tisi. Alice Rohwacher ci racconta questa Violetta come una bambina, travolta dalla ferocia della società in cui vive e che non le permetterà, a causa del suo passato, di redimersi e trovare la felicità. Forse un tantino stucchevole questa rappresentazione dell’innocenza, ma immagino che in fondo la scelta di una simbologia universale non stoni, volendo cercare un significato in un’opera tra le più note e rappresentate della storia.

Sebbene si tratti di una regia abbastanza minimal non mi è dispiaciuta l’estetica generale, l’agilità della scena e le dinamiche del coro – e dei personaggi in genere – nello spazio, quel tanto di modernità in una rappresentazione che però sarà piaciuta di certo anche ai tradizionalisti.

Da un punto di vista puramente musicale credo che, in tutta onestà, si possano individuare alcune pecche, a partire dall’orchestrazione, di mano un po’ pesante, decisamente orientata a far valere le componenti trionfali e meno capace di descrivere l’intimità e il sentimento – registro parimenti presente nella partitura verdiana.

Il baritono Germont – non aiutato dai suoi brani che, come diceva Berio, lo puniscono – era alla ricerca, nei mezzi toni, di autorevolezza e misura senza trovarle, aihnoi, molto spesso.

Violetta – Claudia Pavone nel cast della seconda rappresentazione sembrava un po’ svuotata nel registro basso, ma a suo agio in agilità e negli acuti, come anche negli aspetti più intimisti e interpretativi, per i quali è stata molto apprezzata.

Il giovane tenore Ivan Ayon Rivas, entusiasta, molto entusiasta, pure troppo, anche se non privo di precisione e potenza di emissione mancava – forse – di qualche sfumatura espressiva, di sottigliezza interpretativa. Le sue pregevoli qualità canore risultano un tantino sopra le righe nei panni di un Alfredo che rischiava a volte di trasfigurare in Compare Turiddu. Il personaggio, è vero, lo consente ma, personalmente, preferisco un Alfredo più sentimentale che enfatico.

Nel complesso una rappresentazione piacevole, che forse non passerà alla storia ma che comunque ha restituito una performance apprezzabile da parte degli interpreti e una messa in scena essenziale e duttile, senza però apparire povera.

Io del resto ho pianto almeno una volta per ogni atto. Aveva ragione Berio (anche se non è questo il caso…).

Nei saggi di accompagnamento prescelti per il libretto di sala si trova un bellissimo intervento di Luciano Berio che dice (più o meno): alla fine degli anni Quaranta, mentre studiavo al conservatorio, si andava in provincia e si facevano le opere di Verdi. Si trattava, in genere, di esecuzioni molto avventurose e precarie… i cantanti erano troppo giovani o troppo vecchi, l’orchestra era formata da 25 musicisti – uno strano miscuglio di allievi, inesperti, del Conservatorio, e di vecchissimi pensionati del Teatro alla Scala che avevano sicuramente stretto la mano a Verdi… Queste esecuzioni venivano chiamate “spedizioni punitive”… Avveniva che anche le più difficili condizioni di esecuzione non riuscivano a distruggere il pathos e il dramma di un Rigoletto, di una Violetta e di una Azucena… che restavano cioè in piedi anche se brutalmente malmenate dagli eventi. (Luciano Berio, Testo di apertura del IV Congresso internazionale di studi verdiani. Chicago, 1974).

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