Noi siamo limiti a noi stessi: Giordano Bruno eretico

Giordano-175_©Philippe Stirnweiss

Lo sforzo maggiore, quando si guarda alla cultura ma sempre più spesso i vai aspetti della vita di tutti, è uscire dal semplice, dal preparato, dal digeribile, per avventurarsi nella complessità.

La complessità è faticosa (che perla di saggezza!) e la vita di cose complesse da affrontare ne sciorina tutti i giorni. Per cui ci appoggiamo alle nostre forme mentali, ci guardiamo ciò che siamo abituati a vedere e facciamo ciò che siamo abituati a fare per salvaguardare una briciola delle nostre energie per affrontare quel che sarà domani.

A parte quindi i molti musicisti presenti alla prima assoluta del Giordano Bruno, opera in 12 scene presentata al Teatro Valli sabato 26 settembre, in molti si sono trovati davanti la complessità articolata in diversi livelli di lettura, e quindi una sfida all’abitudine dei nostri modelli di pensiero.

Una complessità musicale, che parla con una partitura articolata, ricca di citazioni e intensamente cerebrale, che tende alla coazione a ripetere e in qualche modo ad una voluta e articolata monotonia (di nome e di fatto, essendo le scene costruite ciascuna su una nota). Una partitura potentemente contemporanea che, mi pare, richiama l’elettronica pur rimanendo nello strumentale classico e che punta ad una resa suggestiva e sopratutto evocativa, caratteristica necessaria mancando una vera e propria narrazione.

Complesso è il libretto di Stefano Busellato. Quasi troppo lirico, con poche concessioni didascaliche alla vicenda.

Complessa la narrazione, che vuole evocare, più che raccontare, elementi diversi del protagonista attraverso la sua filosofia e la sua personalità.

Una complessità generale che a volte rallenta il ritmo dell’esecuzione e che non aiuta, non è complice dello spettatore.

Una complessità che però non manca di bellezza e suggestione, un susseguirsi di immagini, di suoni, parole e musica, che se non avvincono per una vicenda affascinano con uno stato d’animo.

Gabriele Vacis parlando del titolo a cui è dedicato il Festival Aperto quest’anno, ha parlato di eretici come di figure in controtendenza, anticonformisti, fuori dal coro.

E con il Giordano Bruno abbiamo sfidato l’abitudine. Ognuno avrà la propria opinione sull’opera, ma per una sera, stravolte le nostre abitudini, messi alla prova i nostri limiti, siamo stati un po’ più eretici.

 

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