L’Apocalisse nuda del Ballet du Nord

Tragedie O Dubois. Photo 6 Francois StemmerIl nudo un po’ sovraesposto di questo balletto, inserito all’interno della programmazione del Festival Aperto sabato 3 ottobre al Teatro Valli, è forse la parte meno provocatoria e urtante di tutta la rappresentazione.

 

A prescindere dalla consuetudine che abbiamo nel 2015 con l’ostentazione del corpo in tutti i suoi aspetti, in Tragédie il nudo risulta così strettamente funzionale alla rappresentazione da risultare difficile immaginare che si svolga diversamente.

 

A urtare è la ripetitività, del suono e dei gesti, che per mezz’ora buona in un crescendo di ritmica tribale ci riporta ad una rappresentazione della coattività dell’esistenza, instradata in binari paralleli e mai convergenti, sui quali a stento sono concesse brevi attese, esitazioni. Noia, percorsi obbligati, nessun contatto, nessuno scambio.

Ma qualcosa si rompe. I binari si disallineano. I passi si fanno sofferenti, meno simmetrici. La follia irrompe. Irrompe il dolore. La frenesia. Le passioni. E così l’esistenza di cui si credeva di conoscere i perimetri diventa un’onda mobile e dai confini nebulosi. Subentrano i contatti con le altre persone, gli scontri a catena, la fisica della azione-reazione. Un’azione che perde il suo ordine senza perdere la sua ripetitività, il suo martellante ripetersi.

 

Una rappresentazione dell’esistenza che, nella trappola della sua ripetitività senza fine, è tragedia. In cui i brevi lampi di libertà personale sembrano portare più alla nevrosi che all’auto affermazione, ad una piena padronanza di sé.

Una tragedia fredda, emozionante ma non toccante. Un’apocalisse dolorosa sul disegno che domina la nostra vita, dalla monotonia della tranquillità al caos sommerso -e pronto ad emergere ad ogni crepa- sul quale gli esseri umani (io, lo spettatore) ogni giorno cercano un equilibrio.

Un caos crescente che, nella sua organizzata casualità, è di una bellezza ipnotica.

 

Nella tragedia non c’è lieto fine. Solo un ripetersi della stirpe, una sopravvivenza quasi darwiniana della specie. Un rassegnato abbandonarsi alle regole di madre natura.

 

Nota finale merita la ricchissima densità di citazioni artistiche.

I ballerini marciano al passo dell’Uomo che cammina di Giacometti. I corpi inondati di luce gialla sicontorcono in una fluida rappresentazione della Zattera della Medusa di Gericault. Le prime fotografie, lo studio sul movimento, sembrano essere riproposte in una sequenza ricreata da lampi di luce stroboscopica. Ma sono certa ci fosse anche molto altro.

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