Quel salto dal palco alla vita. Cronaca del concerto cosmopolita del mago Savall

cantemir4Qualche giovane anima impenitente mia amica ha affermato che il concerto HESPERION XXI di Jordi Savall di mercoledì 11 maggio sia stato, in fondo, un consesso di radical chic pronti a dimostrare la loro apertura mentale e intelligenza in funzione del grande entusiasmo concesso a questo melange musicale arabeggiante. Tesi ardita ma che non riuscirei a considerare del tutto falsa. Eppure – e non so se sia la mia anima radical chic o se io sia più banalmente una sentimentale – le parole dello stesso Savall a fine concerto, ad introduzione dell’ultimo bis, sono valse la partecipazione, a prescindere dal personale apprezzamento sull’andamento ritmico del repertorio proposto.

Le musiche presentate raccoglievano esempi di melodie che i popoli mediterranei, dalla Turchia all’Africa, hanno condiviso, con poche variazioni (se non nei testi) tra loro, a dimostrazione di una circolazione di elementi tecnico-musicali ma anche di persone. Presupposto, questo, di scambi e relazioni tra popoli, religioni e culture diverse. L’accoglienza, la capacità di accettare e integrare elementi diversi, di lasciarsi contaminare è ciò che rende grande e fa crescere (e direi evolvere, anche in senso darwiniano) una società e la sua cultura, e senza questa capacità di aprirci rimane poco dell’essere umano. Senza chiamare le cose col proprio nome, credo che tutti, nell’applauso seguito, abbiamo apprezzato il riferimento alla cronaca contemporanea: alle ondate migratorie e, a mio avviso, anche alle difficili relazioni tra l’Europa e la cultura islamica.

Hesperion-XXI-photo-de-groupeUn punto di vista, nella riduzione della sintesi, che condividerei con quanto anche Philippe Daverio ha ripetuto più volte nelle sue trasmissioni e di recente anche su un suo post su facebook: “Infatti la questione non è l’Islam, religione complessa come tutte le religioni storiche e che prevede momenti di assoluta tolleranza espressi nei califfati del passato e orrendamente negati da alcuni califfati d’oggi. La questione non è neppure la cultura araba alla quale l’Occidente deve moltissimo. La questione vera è che oggi sembra vincente una parte del mondo mediorentale dove i valori storici dell’Islam sono alterati da una cultura primordiale e beduina che nulla c’entra con la gloriosa storia d’un passato colto, tollerante e evoluto. E dall’altro lato sempre più si afferma nel nostro vecchio continente una corrente di pensiero spaventata dal futuro, altrettanto primordiale e beduina, e inadatta al cosmopolitismo che fece e farà della vecchia Europa ancora una volta un centro di civiltà”.

Rapporti con l’Islam, immigrazione. Temi così scottanti che anche un certo di musica antica diventa palcoscenico per un messaggio. Ma tornando alla musica: tutto il concerto prende avvio da Dimitrie Cantemir, originale ed eclettico principe moldavo del XVII secolo che trascorrerà oltre vent’anni alla corte di Costantinopoli, dove scriverà il “Libro della scienza e della Musica”. Il libro raccoglie una vastissima produzione di musica colta araba. Questo corpus viene accostato, da Savall e dai sei musicisti che lo affiancano con strumenti tradizionali, alle melodie della tradizione armena, greca e sefardita. Una musica che è prima di tutto ricchissima di fascino e suggestione. L’oriente e la sua atmosfera. Queste musiche sono la perfetta incarnazione sonora di un immaginario collettivo del lontano Est, e hanno quindi gioco facile su un pubblico ben disposto – tra l’altro oppresso da una uggiosissima serata temporalesca padana. E il grande entusiasmo che si riscontra a fine serata arriva senza sorprese. Malgrado ogni tanto le due ore di musica trascorrano, per poca conoscenza o diversa sensibilità, un tantino lente.

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