Il pianista che guardava altrove

lugansky (1)Lunedì 4 maggio il Teatro Valli ha ospitato il concerto di Nicolai Lugansky: pianista, solista, virtuoso.

Il teatro era piano, un po’ per concessione al repertorio, Schubert e Cajkovskij rappresentano un classico senza sorprese e senza drammi (drammi da musica contemporanea, intendo: troppo difficile, troppo faticosa) un po’ perché il virtuoso dello strumento (qualsiasi esso sia) ha un suo fascino e richiamo sul pubblico di tutti i tempi.

Quello che si può affermare con sicurezza è che l’interpretazione di Lugansky sia stata poetica. Virtuosistica, di certo, ma anche leggera, aerea, anzi eterea, impalpabile.

Il primo tempo del concerto è stato proposto Schubert, anche se non uno Schubert mainstram. Fin da subito l’estro e le capacità del pianista sono state messe alla prova da un pezzo difficile, per tecnica e per qualità interpretative. Non tanto i due Scherzi D 593, legati per composizione al pezzo successivo e in qualche modo prologo e anticipazione, quanto la  HYPERLINK “https://www.youtube.com/watch?v=qQVJcmcK9Ak” Sonata in do minore D958, che in particolare negli ultimi movimenti, il Minuetto e l’Allegro, presenta momenti bellissimi ma anche di complessa resa, per un esecutore: una composizione liquida e cristallina, una scrittura quasi scomposta che mette nelle mani del pianista non solo una difficile composizione, ma anche una ancor più difficile interpretazione. E Lugansky, come detto, ha saputo dare lievità e poesia a questo articolato tintinnio di note.

Intervallo. Si fuma, si fa un po’ di struscio nell’atrio. Giovani hipster ormai se ne vedono pure qua. Chissà se portati dalla scuola, dalla famiglia o dagli amici.

Lugansky passa molto tempo dei due Scherzi e, dopo l’intervallo, della Sonata di Cajkovskij, in contemplazione del magnifico sipario storico del Valli di Gaetano Chierici rappresentante il Parnaso, su cui appoggiano un manipolo di muse e da cui stanno scendendo i preclari della storia. No ho capito se fosse distratto dai suoi pensieri (le mani di un virtuoso credo abbiano una certa indipendenza dai suoi pensieri) o se anzi fosse un modo per meglio estraniarsi dal contesto del palcoscenico, fatto sta che l’impressione del pianista con lo sguardo altrove e le dita veloci sulla tastiera abbiano contribuito a quel senso di poesia e leggerezza dell’interpretazione.

Secondo tempo, come anticipato, con Cajkovskij. Sublimi, in prosecuzione con lo spirito del repertorio Schubertiano, i tre pezzi da Le Stagioni op. 37 b. Musica liquida ed eterea, magica e fiabesca in cui lo spirito russo, grande ispirazione per l’autore de Lo Schiaccianoci o Il lago dei cigni, assume una forma più magica ed eterea.

La cifra di questo esecutore sembra proprio essere la levità, la leggerezza poetica, la liquidità. Gli stessi aggettivi emergono nella mente per ognuna delle sue interpretazioni e anche autori di diverse cifre stilistiche.

Di grande impatto anche i due bis concessi: il primo con Rachmaninov, cavallo di battaglia del pianista russo, il secondo con il non plus ultra del pianista, ovvero HYPERLINK “https://www.youtube.com/watch?v=hQULyGMhhWs”La campanella di Liszt.

Fatto strano, proposta e riproposta ad oltranza, a me non era mai capitata di sentirla dal vivo e, in effetti, ha raccolto la grande finale ovazione dal pubblico.

 

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