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Provincia, per molti ma non per tutti

Provinciale. Nell’occlusiva sorda prima, e nella vibrante rotata poi  – sulla quale ecco precipitare in un battibaleno il movimento della lingua! -, si sente riecheggiare tutto il boato di un certo disprezzo.  Talmente forte ed evidente da essere inglobato in un archetipo collettivo, che si segmenta uniforme tra l’Enza e il Secchia. Chissà perché poi.

Il Terrore da Provinciale è una sindrome che attanaglia il reggiano e non lo molla: grossolanamente si possono classificare due metodologie atte a svilupparne gli anticorpi. Il finto intellettuale vero conformista che ha girato il mondo (reale, virtuale, globale?), poi torna a casa e pontifica che tutto qui fa schifo. Però a posteriori non si schioda manco a pagarlo, perché “siamo poi in molti della mia classe del liceo ad aver fatto questa fine, e allora quelli lì non sono meglio di me”: prosit. Poi c’è il super affermato, esibito, griffato, laccato, macchinato, convinto che il suo armamentario di segni e simboli sia una sorta di passepartout per il mondo: lascia il casello di Calatrava con certezze che crollano già a Bologna, tra la gente comune che cammina tra via Rizzoli e piazza Maggiore. E lì  prende coscienza della sua condizione di sandwich man extra lusso, lui che ha scambiato l’affermazione della propria personalità per le ultime centocinquanta disponibilità della sua Mastercard. E scusate le banalità.

Si può invece provare a capire il gusto di starci, nella provincia: amarne le ritualità, senza irrigidirle troppo, ritrovarsi tra i soliti odori e colori impastati di nebbia, godere il già conosciuto senza alcuna nostalgia dell’altrove, proprio perché consci di essere parte della propria stanzialità. Ciò non significa rifiutare le contaminazioni del “fuori”, ma imparare a rielaborarle rispetto ad una condizione che ci appartiene, e in maniera ineluttabile. Credo sia sano ritrovare l’intimità nel nostro provincialismo, rifiutandoci di perderlo di vista. E’ come un rito di iniziazione: ci si nutre consapevoli, perchè a stigmatizzarlo troppo poi c’è il rischio di provocarsi il mal di stomaco.

Ultimi commenti

  • uuuuhh, chissà chi è il laccato macchinato

  • Signora Montanari secondo me lei soffro della ristrettezza della città. E cerca di farsene una ragione scrivendo queste cose. Non deve sentirsi in colpa perchè si sente un pò sfigata a vivere a Reggio Emilia.E’ una cosa normale, vivere a Reggio Emilia non è il massimo. E’ molto meglio potersi petrmettere di vivere in una grande città, per tanti motivi, soprattutto per una donna intelligente come lei. Purtoppo per nascita, lavoro, amore o altro non tutti lo possono fare. E si devono accontentare di stare un pò ai margini dell’impero. Però non dica che è bello.Bisogna farselo piacere. Le piccolezze della provincia, in tutti i sensi, non sono piacevoli.