Nel Giorno del Ricordo

Dal 1943 al 1945 gli iugoslavi uccisero circa 11000 italiani (le cifre sono tuttora incerte). Le vittime non furono solo i fascisti o i condannati dagli improvvisati tribunali iugoslavi, ma anche persone in vista della comunità italiana e potenziali avversari dello stato comunista iugoslavo che si intendeva creare; vi furono anche vendette personali ed episodi di criminalità comune. Una parte delle vittime fu gettata nelle foibe (*); la maggior parte perdette la vita nelle prigioni, nei campi di concentramento o nelle marce forzate di trasferimento.

Il termine “foibe” oggi è comunemente associato a questi eccidi.

(*) Una foiba è un inghiottitoio tipico della regione carsica e dell’Istria; se ne contano circa 1700.

Di queste terribili vicende si seppe poco per molti anni. Finalmente, nel 2004, fu istituito il “Giorno del Ricordo”, una solennità civile, il 10 febbraio di ogni anno.

Ma raccontare gli eccidi fatti dagli iugoslavi dal 1943 al 1945, tacendo quanto accaduto in quell’area dalla fine della Prima Guerra Mondiale, darebbe una visione incompleta e distorta dei fatti. Riassumiamo le vicende più significative.
Dal 1918 al 1943 la Venezia Giulia e una parte della Dalmazia furono amministrativamente italiane, ma la maggior parte delle loro popolazioni era slovena e croata. Con l’avvento del fascismo fu effettuata una dura politica di oppressione nazionale.
Nel 1941 Hitler, con l’appoggio di Mussolini, invase la Iugoslavia; la Seconda Armata italiana occupò Lubiana e la Dalmazia. Furono istituiti campi di concentramento dove, per inedia, malattie o torture morirono molti iugoslavi.
La Iugoslavia venne smembrata. La provincia di Lubiana (la capitale della Slovenia) fu annessa all’Italia; il regno di Croazia, divenuta indipendente, fu offerto ad Aimone di Savoia.
Iniziò ad organizzarsi la resistenza armata degli iugoslavi; i partigiani sloveni, circa 10000, iniziarono la lotta nel luglio 1941. La conseguente repressione fu dura; durante i due anni di occupazione, dal 1941 al 1943, l’esercito italiano ha compiuto una serie impressionante di crimini: incendi di villaggi, esecuzioni indiscriminate, rappresaglie in proporzione di otto a uno, deportazioni. Nella sola provincia di Lubiana furono giustiziati quasi 1000 partigiani, 5000 civili, e 7000 sloveni morirono nei campi di concentramento.
Trieste ebbe un forno crematorio, la Risiera di San Sabba, dove furono uccise e cremate 3000- 5000 persone, soprattutto partigiani iugoslavi.

La Storia


Secondo la Commissione delle Nazioni Unite, ci sono stati 700 criminali di guerra italiani in Iugoslavia.

Questa durezza fu in parte giustificata come reazione alla spietatezza di alcune bande partigiane, ma non dimentichiamo che i partigiani iugoslavi combattevano per liberare la loro patria da chi l’aveva aggredita, la Germania nazista e l’Italia fascista.
L’Istria fu liberata dalle forze iugoslave di Tito tra la fine di aprile e l’inizio di maggio 1945. Le persecuzioni ai danni della popolazione italiana spinse molte famiglie (250000-350000 persone) a un esodo massiccio.
Le violenze cessarono solo dopo l’insediamento dell’amministrazione anglo-americana.
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Questo drammatico elenco di atrocità fasciste e naziste può giustificare quelle perpetrate dagli iugoslavi? No di certo. Ma inquadrare i fatti nel loro contesto storico ci aiuta a formulare un giudizio equilibrato, rifiutando le ricostruzioni parziali di una destra nostalgica.

Per saperne di più:
 Claudia Cernigoi – Operazione foibe. Tra storia e mito
 Fulvio MolinarI – Istria contesa. La guerra, le foibe
Gloria Nemec – Dopo venuti a Trieste

Gli orribili crimini italiani in Jugoslavia fra il 1941 e il 1943


http://www.storiastoriepn.it/documenti-sui-crimini-italiani-e-germanici-in-jugoslavia-durante-la-seconda-guerra-mondiale/

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    Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Luigi Gasparotto, Ministro della difesa nel Governo De Gasperi: Il generale Mario Roatta, comandante della II^ armata italiana in Jugoslavia, che nella circolare del 1° dicembre 1942 aveva disposto di fucilare non soltanto tutte le persone trovate con le armi ma anche chi imbrattava le sue ordinanze e chi sostava nei pressi di opere d’arte, aveva deciso di considerare corresponsabili degli atti di sabotaggio anche le persone abitanti nelle case vicine. Le conclusioni della Commissione Gasparotto chiamavano in corresponsabilità anche il generale Mario Robotti, comandante dell’XI° corpo d’armata, che aveva inasprito gli ordini del generale Roatta affermando che «qui si ammazza troppo poco», e il governatore del Montenegro, Alessandro Pirzio Biroli, che fece fucilare circa 200 ostaggi inermi.