HomeRubricheCronache dal razionaleBologna: la dotta, la grassa, la turrita

Bologna: la dotta, la grassa, la turrita

Roberto Fieschi

Oggi mi rifarò a una nota che ho ricevuto recentemente da una persona che ammiro, da quando, molti anni fa, ho letto il suo saggio Il Medioevo prossimo venturo. La battaglia per la chiarezza non è una fisima di puristi. È alla base dell’onestà civile e politica.

EBITDA – Non parlare oscuro! di Roberto VACCA – 25 Marzo 2013

Nel 2013 i ricavi della Tenaris dovrebbero essere di circa 11 miliardi di dollari e l’EBITDA dovrebbe superare i 3 miliardi, con margini dell’ordine del 27%.” È scritto in un articolo sulla prima pagina di Affari&Finanza di Repubblica dell’ 11 Marzo. Ho fatto un modesto sondaggio fra 63 amici – colti, quasi tutti laureati. Solo uno – manager industriale militante – conosceva perfettamente l’acronimo, sua definizione e implicazioni. Un altro – noto tecnologo e scienziato – ne ha descritto il significato in termini generali, ma ha esplicitato solo un paio delle 6 lettere che lo compongono. Ha detto:

“Grosso modo vuol dire “profitto lordo”.”

Aveva ragione. Però trovo sempre più spesso articoli che menzionano Ebitda – e non solo nelle pagine finanziarie – su giornali che pretendono di essere di ottimo livello. Non appaiono mai note che spieghino il significato di questa abbreviazione [e neanche di altre, pure usate frequentemente].

Porgo rimedio qui di seguito: EBITDA sta per Earnings Before Interest Taxes Depreciation Amortization, cioè Profitto prima delle detrazioni per interessi bancari sui prestiti, tasse e imposte, deprezzamento (dei prodotti in magazzino, dei macchinari, degli immobili) e ammortamento di oneri che appariranno in avvenire nel conto economico, ma sono in parte di pertinenza dell’anno in corso. È, dunque, un indicatore che dà un’idea di quanto un’azienda sia redditizia. La citazione che riporto all’inizio conclude che quest’anno i margini della Tenaris saranno dell’ordine del 27%. Va bene: 3 diviso 11 fa 0,27. Se ci ragioniamo, possiamo concludere che i margini si possono definire come Ebitda percentuale.

Certe persone, che si vogliono dare tono, pronunciano Ebitda: “Ibiài Tidièi” – la sequenza dei nomi inglesi delle lettere. Così riescono a essere ancora meno comprensibili. Allora probabilmente chi ascolta non capisce nemmeno che lingua si stia parlando.

Primo Levi aveva scritto nel suo famoso articolo “Parlare oscuro”: “Scrivere per non essere capiti è un artificio repressivo, noto alle chiese e tipico della nostra classe politica.”

Hanno il vizio di usare questo artificio anche parecchi giornalisti che dovrebbero, invece, imparare – e insegnare – a comunicare bene. Informazione e cultura non devono essere fatte di parole vuote, né di parole di cui la maggioranza del pubblico (e talora anche l’autore) ignora il significato. Dovrebbero descrivere la realtà in modo comprensibile. Dovremmo farlo tutti, trattando più ampiamente gli argomenti e le questioni più importanti. È anche un prerequisito necessario a una sperabile ripresa che ci faccia uscire dalla crisi.”

Aggiungo che, come è noto, ci sono anche acronimi molto diffusi, relativamente semplici, e che quasi tutte le persone che seguono gli avvenimenti intorno a noi conoscono. Uno di questi è BCE. Quasi tutte, ma non proprio tutte.

Infatti recentemente la “iena” Sabrina Nobile davanti a Montecitorio per “interrogare” i nuovi parlamentari, ha scoperto che uno di essi non ne conosceva l’esatto significato; un secondo non sa cos’è lo IOR. A parte gli acronimi, l’ignoranza si estende anche ad altri nomi: Vatileaks, Netanyahu, Perestrojka, Draghi. Mi pare anche di aver letto anche che un giovane e nuovo uomo politico ha risposto, a domanda, che Kabul è in Iraq. Ciò che mi sorprende non è la semplice ignoranza, so che tutti noi abbiamo lacune culturali  o nozionistiche anche rilevanti. No, è altro.

Di Kabul e di Afghanistan si parla, si scrive, si vedono immagini quasi tutti i giorni da oltre una dozzina di anni: trattative, attentati, stragi, speranze, preoccupazioni; rappresenta uno dei nodi più importanti nello scenario internazionale attuale. Se una persona non sa dove si trova, significa che quella persona non ha mai seguito gli avvenimenti internazionali e i riflessi anche sulla nostra politica interna, e che quindi non ha interesse alle vicende  politiche in generale. Se poi quella persona ha responsabilità politiche nel nostro paese, c’è da preoccuparsi. Probabilmente quella persona, e altri a lei simili, è onesta, sincera, si impegna per il bene comune. Ma è troppo chiedere che a queste doti preziose e positive si associ anche  un minimo di competenza?

Ci sentiremmo tutti più tranquilli.

Ultimi commenti

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    (rispondo ai primi tre)
    D’accordo, il politico non può orientarsi su ogni materia, non è questo che gli si richiede.
    Né mi scandalizza se non sa cos’è la termodinamica, solo, come fisico, mi dispiace un po’.
    Però è strano che uno che si è candidato come politico non sappia dove è Kabul o chi è Netanyahu. Non significa che è solo ignorante – il che sarebbe ancora accettabile – ma che non è veramente interessato alla politica, condizione per interessarsi del “bene comune”.

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    Mi trovo completamente d’accordo con i commenti e di Luciana Bonetti e di Dario de Judicibus.
    Inoltre i concetti espressi da Dario credo siano in linea con la sostanza di quanto contenuto in un altro bel saggio del Professor Roberto Vacca: “Consigli a un giovane manager”.
    In accordo con i concetto espressi nel saggio, del resto, quest’ultimo è infarcito di acronimi e termini tecnico/manageriali inglesi.
    Insomma: se nell’idioma italico non esiste un termine che renda in modo efficace e sintetico l’esatto concetto di EBITDA, per quale ragione sforzarsi di individuare una prolissa, brutta ed imprecisa circonlocuzione ?
    Di sicuro, ai tecnici ed esperti di Finanza il termine EBITDA rende immediatamente e chiaramente il concetto.
    Altro discorso è l’uso pessimo che spesso se ne fa della lingua italiana, insieme all’utilizzo di tante frasi e paroloni che alla fine non dicono nulla di nulla: uno dei massimi esempi ne è il ben noto “politichese” ….

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      D’accordo, d’accordo!
      Non parlerò più di acronomi, ma siete troppo seri e competenti.
      Del resto, la scienza è piena di acronimi, per lo più da parole inglesi: VLBI, EPR, NMR, TAC, MBE, MOCVD, CERN, AGN, CMB, GPS, PET (quasi nessun medico sa che la P sta per positrone, la prima particella di antimateria, scoperta nel 1932 da Anderson),
      DNA … Quest’ultimo è largamente impiegato al di fuori del contesto scientifico, da persone che non conoscono la differenza tra un atomo e una molecola, ma in senso approriato, per comunicare, per esempio, che l’impossibilità di una alleanza con Berlusconi è nel DNA del PD.

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    Per come la vedo, le questioni possono sempre essere “più complesse di così”. Il punto dell’articolo mi sembrava essere un altro; questo specifico esempio è usato per parlare di un fenomeno abbastanza diffuso – scrivere e parlare per non essere capiti. Alcuni politici, per esempio, sguazzano nelle lacune di molti di noi passando per competenti.

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      A parte il problema degli acronimi, per stare al linguaggio dei politici, il mio desiderio sarebbe che venissero rispettate queste condizioni:
      1 – evitare di dire che è “necesserio riflettere”, o termini equivalenti, come “valutare attentamente”, per due ragioni: la prima, è ovvio, è sempre consigliabile riflettere; la seconda, conseguenza della prima, così si evita di prendere posizione e non si dà alcuna informazione utile.
      2 – evitare di dire che occorre una linea (o una prospettiva, o un progetto, ecc.) “nuova”, a meno che il termine non sia seguito da una specificazione concreta:
      “nuova, cioè a), b), c), ccc.”
      Lo stesso vale per “svolta”, “salto di qualità”.