HomeRubricheCronache dal razionale10 giugno 1940: una data dimenticata

10 giugno 1940: una data dimenticata

10 giugno 1940: una data dimenticataRoberto Fieschi

“Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria. L’ora delle decisioni irrevocabili”.

Così proclamava Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia annunciando la dichiarazione di guerra, accanto alla Germania di Hitler, a Francia e Gran Bretagna, “le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente… Vincere (ovazioni )… e vinceremo!”.
Mi trovavo allora a Ottobiano, il paese dei miei nonni materni, in Lomellina. La nonna piangeva, io – avevo undici anni – esultavo. Da quel giorno tutti ascoltavamo il giornale radio delle 13 e le notizie sui successi delle armate dell’Asse. Ma io ascoltavo con maggiore attenzione le Canzoni del tempo di guerra, che venivano trasmesse dieci minuti prima del notiziario: quella dell’Orticello di guerra, Ciao biondina, è giunta l’ora, quella dei sommergibili (Andar pel vasto mar- Ridendo in faccia a monna morte ed al destino!) e molte altre.
Tornato a Pavia dopo alcuni giorni, mi incontravo la mattina con il mio amico Natalino, che abitava nello stesso palazzo, ma nell’altra ala, e commentavamo entusiasti i primi bollettini di guerra che annunciavano ipotetici favolosi successi.A quel tempo, inquadrato nelle organizzazioni fasciste, non ero più Figlio delle Lupa, ma Balilla moschettiere. Questo era il nostro inno:

Nell’Italia dei fascisti
Anche i bimbi son guerrieri
Siam balilla moschettieri
Dell’Italia il baldo fior.
La medaglia che portiamo
Con il Duce qui sul petto …

Balilla moschettieri

Balilla moschettieri

In effetti sul petto avevamo un medaglione che chiudeva il phoulard azzurro, col profilo del Duce; ogni anno il medaglione cambiava e si doveva comprare quello nuovo. Non so chi guadagnasse da questa trovata.

Così eseguivo le esercitazioni col moschettino e le marce per le strade di Pavia (passo, passo, cadenza, ritmavamo marciando) nei Sabati fascisti. Il nostro comandante era Galluzzo, un giovane fascista abbastanza simpatico. Si cantavano allegramente, da giovani ignoranti e incoscienti, le orrende canzoni che vantavano le glorie di una lontanissima romanità, inneggiavano alla guerra e irridevano Francia e Inghilterra. Eccone alcune:

Duce, col rostro che Duilio armò
Roma fedele a te ritornerà …

Roma rivendica l’impero
L’ora dell’aquile suonò …

Malvagia Inghilterra
Tu perdi la guerra
La nostra vittoria sul tuo capo fiera sta….

Dalla radio intanto Mario Appelius, che nel 1938 fu tra i firmatari del Manifesto della razza in appoggio alle leggi razziali fasciste, tuonava “Dio stramaledica gli inglesi. A sua discolpa bisogna ricordare che non è stato il primo; durante la prima Guerra mondiale in Germania circolava il motto equivalente “Gott strafe (punisca) England”.

L’unica canzone veramente popolare, nella guerra, Lilì Marleen, non veniva cantata da noi; era troppo tenera e implicitamente antimilitaresca in tempi di obbligatorio ardore guerriero. L’aveva musicata nel 1937 Norbert Schultze, su un vecchio testo del 1915. Racconta del soldato che pensa al suo amore lontano; nonostante l’ostilità di Göbbels, è stata la canzone preferita dai soldati tedeschi, e non solo, durante la II Guerra mondiale.

Lo zio Paolo era il fratello della mia mamma. Appena prima della guerra, mentre faceva il servizio militare come Guardiamarina, si accorsero che era fortemente daltonico e, con suo grande rammarico, lo riformarono: fu la sua fortuna perché il suo incrociatore, il Muzio Attendolo Sforza, fu poi affondato; il 4 dicembre 1942, mentre si trovava nel porto di Napoli per lavori di riparazione; vi fu un bombardamento da parte dei B-24 americani partiti dall’Egitto, che arrivarono indisturbati sulla città in quanto scambiati per una formazione di Ju 52 tedeschi: 188 morti e 46 feriti.

L'incorciatore  Muzio Attendolo

L’incorciatore Muzio Attendolo

A Pavia, al primo piano, sotto di noi, abitavano gli Ingrao; il padre Giovanni, Tenente di Vascello, persona calma, gentile e intelligente, la madre e tre figli. Carla, la minore, era una fan di Roberto Rabagliati e forse era anche un po’ innamorata di me; il maggiore, Pino, mi aiutava a fare i temi.
All’inizio della guerra, sul fronte francese, il padre comandava un treno armato. Il 22 giugno – così dice la motivazione della medaglia d’oro alla memoria – Dopo aver tentato invano di ricoverare in galleria il treno seriamente colpito, trascinava, votando a sicuro sacrificio la sua esistenza, un pugno di animosi a distaccare, sotto violentissimo bombardamento, la Santa Barbara dagli altri carri, onde evitare la distruzione degli uomini, del materiale e della linea. Immolava, nella generosa e ben riuscita impresa, la sua vita alla Patria, lasciando di sé esempio fulgido e fecondo di sublimi virtù militari.

La stessa sera eravamo da loro e la madre era preoccupata perché non riceveva notizie dal marito. Il giorno seguente un piccolo gerarca fascista si presentò in orbace ad annunciarne la morte. Ricordo ancora il pianto straziato.
Dei primi anni di guerra ricordo l’ammirazione generale per i successi militari tedeschi; ma ignoravamo che già alla fine del 1941 l’esercito sovietico aveva distrutto 17 divisioni tedesche, 7 corazzate e tre motorizzate. Gradualmente, dopo Stalingrado e l’entrata in guerra degli Stati uniti, si fece strada la convinzione che la guerra era perduta per l’Italia fascista.

“E’ questa un’altra giornata di decisioni solenni nella storia d’Italia, e di memorabili eventi destinati ad imprimere un nuovo corso nella storia dei continenti. Le potenze del Patto d’Acciaio, l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista, sempre più strettamente unite, scendono oggi a lato dell’eroico Giappone contro gli Stati Uniti d’America.
….
Italiani e italiane! Ancora una volta in piedi!
Siate degni di questa grande ora.
Vinceremo!”
Mussolini

Mussolini sembrava ignorare che gli Stati uniti erano la maggior potenza industriale del mondo, con 250 acciaierie, mentre l’Italia ne aveva due e doveva chiedere il carbone alla Germania, e che in una sola settimana negli Stati uniti si estraeva il carburante che l’Italia consumava in un anno.
La guerra costò all’Italia 330000 militari e 85000 civili morti, oltre a grandi distruzioni.

P.S. Mi stupisce che ancor oggi una persona che ricopre un ruolo importante, ancorché antifascista, dica: “…. l’ideologia del fascismo, che, prima che degenerasse, aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia”.

Nessun commento

Siamo spiacenti, il modulo di commento è chiuso in questo momento.