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Viaggio in Oriente

Anna Vittoria Zuliani

150 anni fa usciva Salammbô, visione da “hashish storico”, riassemblaggio di “emozione plastica, resurrezione del passato” e contributo ad un immaginario: quello dell’Oriente, Nuovo Mondo romantico. Gustave Flaubert cerca nel 1852 la liberazione dalla dimensione privata del mondo borghese, denunciata e poi censurata per il suo crudo realismo; prende distanza da Emma Bovary, eroina annoiata dalla vita, autentica e moderna, così tangibile e per questo pericolosa. Si allontana dagli interni parigini opprimenti, falsamente accettati proprio dai loro frequentatori e si getta su una terra altrettanto carica di clichè per poterla rovesciare: ne viene influenzato per poi divenire autore di un resoconto vero sull’Oriente fatto di impressioni, di viaggi e di colla storica.

Salammbô è il risultato di un’immersione  mentale completa nel centro vivo di Cartagine durante la prima guerra punica, è una descrizione stordita dagli eccessi ma in loro completo abbandono, in cerca delle censure e delle tentazioni negate al mondo borghese, in balìa dell’erotismo. È libera immaginazione a cui fa da perno la conoscenza: sullo sfondo ambientazioni storiche da enciclopedia, paesaggi intaccabili e duri, ma in primo piano figure umane libere di agire sulla scena. Brutali, violente, meschine che danno vita a dinamiche talvolta degne di Sade. Flaubert ci libera dalla concezione comune e patinata dell’Oriente dei romantici: invenzione di comodo, fuga da contrapporre al mondo occidentale. Prepara la tela a coloro che vorranno esserne suggestionati e suggestionare: suoi migliori discepoli furono Mallarmè e Moreau nella pittura.

Proprio ieri si è aperta al pubblico “Incanti di terre lontane” l’esposizione di Palazzo Magnani che raccoglie opere di orientalisti italiani eseguite tra otto e novecento con l’intenzione di spaziare geograficamente fino all’estremo Est. Una sorta di antologica di impressioni o riproduzioni, due correnti che si affiancano e si mescolano: da un lato il frutto dell’immaginazione strascico di una moda, dall’altro restituzioni scientifiche da bagaglio di viaggio. A valere la visita alla mostra sono proprio quei taccuini su cui gli autori registrarono scorci, figure, architetture in immersione completa nel nuovo mondo.

Tra gli artisti, la mostra si fa vanto di potere citare Francesco Hayez, le cui Odalisca e Ruth sono certamente opere prime: le due figure sembrano provenire dall’esotismo più vicino al nostro Occidente. La loro stessa sensualità non sembra estranea alla tradizione, è una lettura di altri mondi che ricade nel proprio e nel passato del proprio: non a caso Hayez è considerato un autore di moda, di costume, seguace dei falsi diffusi in epoca ottocentesca a sostegno del romanticismo storico. Ad accompagnarlo, un paio di tele giapponesi dell’artista di casa nostra: Antonio Fontanesi, che fece al contrario dell’Oriente esperienza diretta, opere importanti al fine documentaristico e biografico dell’autore stesso, che però può dirsi artefice di restituzioni certamente migliori. L’esposizione consiste in pratica nella quasi totalità, di riproduzioni allineate ad una moda che si diffonde in quegli anni in tutta la Penisola, immagini più o meno realistiche (alcune di esotico vantano il titolo e poco altro), di migliore o peggiore fattura, testimonianza però di una corrente che ha contagiato gran parte della produzione pittorica sulla scia di quella letteraria, dove forse ottenne risultati migliori.


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