HomeAttualitàStabat Rocchi Opera Iren: l’avvocato reggiano è il nuovo vice

Stabat Rocchi Opera Iren: l’avvocato reggiano è il nuovo vice

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Rocchi arringa al microfono magnifici rettori, superbi amministratori e splendidi onorevoli

Alla fine ce l’ha fatta, convincendo anche i più riottosi delle altre città ireniche e confermandosi come l’uomo forte e in progressiva ascesa di tutto il pacchetto management interprovinciale. L’avvocato Ettore Rocchi, che ha incarichi fin dai tempi di Agac, è stato nominato vicepresidente in sostituzione di Andrea Viero.

L’ultima seduta del cda aveva visto una fumata nera sul suo nome anche per la contemporanea assenza dei rappresentanti delle altre città ma questa volta l’avvocato vicino all’entourage di Graziano Delrio ha ricevuto il via libera. Pare siano stati proprio alcuni precisi e circoscritti input romani a far definitivamente sciogliere le riserve.

ferretti

Moris Ferretti

Conseguentemente alla nomina a vice, Rocchi non può più sedere nel cda, pertanto è stato sostituito da Moris Ferretti, uomo della cooperazione, nel cda di Boorea, amministratore delegato di Assofood, quale componente del comitato per la Remunerazione e le Nomine. Moris Ferretti è figlio di Franco Ferretti, ex vicesindaco di Reggio, ex segretario della Cgil provinciale ed esponente politico di Sel.

Sul vaticinio della nomina di Rocchi leggi anche: http://www.7per24.it/2015/04/09/homo-irenicus/

Ultimo commento

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    Non ero persuaso ieri quando il quesito venne sottoposto a referendum. Tanto che mi distinsi anche dalle indicazioni di partito rifiutandomi di votare sì ai quesiti sull’acqua pubblica. Adesso il nodo sta venendo al pettine. Le multiutility del gas, acqua ed elettricità che nel Nord accorpano diversi comuni sono tutte a maggioranza comunale. Quella di Torino, Genova, Piacenza, Parma e Reggio Emilia si chiama Iren e per una quota di minoranza è partecipata anche dai privati. Nella provincia di Reggio Emilia si sta discutendo di un piano che dovrebbe espropriare Iren dalla gestione dell’acqua per costruire un consorzio comunale senza la presenza dei privati, per interpretare la “meravigliosa” vittoria referendaria.

    Secondo questi dati servirebbero cento milioni per acquistare la rete, poi altri 25 milioni per l’avviamento e i primi investimenti per l’assunzione di 315 dipendenti, infine altri 70 milioni per mutui pregressi. Secondo lo studio di fattibilità la nuova società di gestione potrà agire solamente sulle bollette. Si prevedono aumenti del 4 per cento il primo anno e del 2 per cento per i primi anni successivi. Pura follia solo pensare a questa operazione, se i dati sono esatti. Tanto che si riporta la preoccupazione degli attuali amministratori, fondata, di creare un ente formalmente pubblico, ma sostanzialmente in mano alle banche. Dunque tutto privato.

    Resta una semplice domanda. Perché coloro che si sono schierati apertamente per il si al referendum sull’acqua pubblica non ci hanno pensato prima? Comodo inseguire l’umore popolare e affrontare, scimitarra alla mano, la guerra ideologica del pubblico contro il privato profittatore. Personalmente avevo intuito dove ci avrebbe portato questa assurda lotta. Continuo a pensare che mai come oggi più che la guerra ideologica del pubblico contro il privato serva la valutazione oggettiva della qualità del prodotto che si vende, in questo caso l’acqua, e del costo per il cittadino.

    Se noi arriviamo a fornire l’acqua come adesso e a far pagare di più le bollette commetteremmo un vero e proprio reato contro gli interessi della comunità. Dunque faremmo un’operazione anti popolare. Questo vale in generale, oggi, nel rapporto tra servizi e comunità amministrata. Il modo di concepire la bontà del rapporto tra un servizio e i cittadini non può più essere la sola modalità della gestione, ma la qualità del servizio e il suo costo. Sul primo e sul secondo serve non tanto l’assolutismo, quanto il controllo, del pubblico, affinché non emergano speculazioni a discapito della collettività amministrata.

    Questo dovrebbe essere il nuovo ruolo affidato a un ente pubblico. Non tanto la gestione in solitario del servizio, quanto la capacità di orientarne le scelte, di verificarne l’efficienza, di fornire aiuto a chi non si può permettere nessuna spesa. Se le multiutility sono enti oggi prevalentemente, ma non esclusivamente, pubblici, dovremmo chiederci, semmai, i motivi di un’abdicazione delle funzioni di controllo da parte dei comuni nei confronti di una casta burocratica oggi assolutamente dominante. Questo, semmai, dovrebbe essere argomento di riflessione. Allo slogan dell’acqua pubblica sostituirei proprio il ragionamento sull’interesse pubblico nella gestione dell’acqua.