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Nel Paese di Er Pelliccia

Giuseppe Manzotti

Di fronte ai problemi noi italiani abbiamo la brutta abitudine di concentrarci sui dettagli e perdere di vista ciò che conta davvero. Spesso facciamo anche peggio: individuiamo un capro espiatorio e carichiamo su di esso l’intero peso della colpa.

Accade così che un ragazzotto semianalfabeta – conosciuto nella borgata romana come “Er Pelliccia – fotografato nell’atto deprecabile di lanciare un estintore, divenga il simbolo vivente della violenza dei cosiddetti black bloc, gli indignados cattivi. Per giorni Er Pelliccia e i suoi sodali di nero vestiti non sono più un problema ma il problema.

Indignati i giornali, indignati i politici, indignati gli indignados. Passano neanche ventiquattrore e il ministro degli Interni Maroni straparla già di Legge Reale, obbrobrio giuridico rispolverato dagli anni di piombo, spalleggiato da Di Pietro, uno che non a caso di carcerazione preventiva se ne intende.

Solo un paio considerazioni, tanto per grattare via la crosta di ipocrisia: gli imbecilli ci sono da quando l’uomo ha cominciato a camminare su due gambe, non sono appena sbarcati sulla terra; quando ne metti tanti insieme c’è il caso che combinino qualcosa; gli imbecilli della natura del Pelliccia sono inconsapevolmente funzionali a quelli che il giorno dopo si stracciano le vesti e invocano leggi speciali. E uno che si chiama Er Pelliccia, in un Paese sull’orlo del baratro, non può essere la nostra principale preoccupazione. Nemmeno possiamo farlo diventare il simbolo di alcunché.

C’è una bella vignetta che ritrae una marea umana da una parte che invoca lavoro, giustizia, solidarietà e via dicendo, dall’altra un singolo black bloc che distrugge una macchina e tutti i giornalisti si occupano solo di lui. E’ vero, questa gentaglia munita di sassi, bastoni ed estintori è riuscita ad oscurare una grande, bella, colorata, indignatissima manifestazione pacifica.

Peccato davvero che qualche centinaio di decerebrati abbia guastato la festa, ma ce ne faremo una ragione. Perché questo Paese ha bisogno di tutto tranne che di slogan riciclati, di indignazione di maniera, di rivoluzionari da salotto con la kefiah al collo. Da decenni assistiamo agli stessi riti celebrati soliti officianti che magari cambiano per l’occasione l’abito talare. Cerimonie d’altri tempi vendute per rivoluzioni “dal basso”, prodromi illusori di una imminente riconquista della rappresentanza perduta.

Nel frattempo il mondo è cambiato, ma tutti gli occhi sono ostinatamente fissi sul teatro della piazza. E si perde di vista ciò che conta.

Questo Paese non ha bisogno di indignados con tamburi e fischietti ma di politica. Di quella politica che è in grado di dare un senso ai sacrifici, di farci vedere o almeno intravedere un fine. L’Italia ha un disperato bisogno di uomini che si assumano la responsabilità di governare l’emergenza e di elaborare vie d’uscita. A tutti i livelli.

Non ci farà affondare un manipolo di sfigati vestiti di nero, né ci salverà un corteo per quanto pacifico allegro e colorato. Torniamo piuttosto a parlare di riforme, di economia, di lavoro, di stato sociale, di istruzione, di ricerca. Di diritti e di doveri.

C’è una nazione che deve essere ricostruita nello spirito. L’assalto al Palazzo d’Inverno in cui si è barricata la Casta passa da qui. L’alternativa è lo sfascio del Paese.

Ultimi commenti

  • questo articolo è simpatico ma anche paradossale.
    tu manzotti , per il tono e per il contenuto, sei un vero indignado. anzi sei L?INDIGNADO.indignado contro indignado.

  • Sì, effettivamente è ora di farla finita con queste manifestazioni “contro la crisi”. Servono politici adeguati ai tempi, servono riforme e politiche industriali. Basta con questi perditempo

  • Giuseppe ha ragione in termini assoluti, torto in quelli relativi. La politica è rappresentata dai politici e oggi non si vede nessuno, ma proprio nessuno in grado di sostenere un programma con dignità. All’orizzonte il vuoto; i luoghi comuni sono diventati realtà, cioè siamo vicini al punto di non-ritorno. La Casta è completamente avulsa dalla realtà di un Paese che comincia ad avere fame. Solo dopo lo sfascio, peraltro già in atto (anche l’impero Ottomano cadde sostanzialmente per il debito pubblico), si potrà tornare a vedere l’alba

  • sei un pò moralista giu? 🙂

  • bravo Beppe! meno male che c’è ancora qualcuno che ragiona. invece che alimentare l’ignoranza delle persone…chissà cosa avrebbe pensato B.Russell?