L’intervento del presidente Landi

Autorità, Signore e Signori, Colleghe e Colleghi, prima di tutto rivolgo il mio ringraziamento ai numerosi ospiti e ai relatori, per i contributi che ci hanno offerto. L’appuntamento di oggi conferma tre posizioni che abbiamo più volte avuto occasione di sostenere pubblicamente.

Il primo, è la consapevolezza che la stazione TAV non è circoscrivibile a una sola città.

Il secondo è l’idea che il centro storico, l’area Nord e l’area della stazione TAV devono essere ricomposti tra loro all’interno di un unico grande progetto di città.

Il terzo, infine, è costituto dall’idea – avanzata anche da Calatrava – di fare della stazione TAV non solo il focus di un ampio progetto di riqualificazione e “ricucitura” urbanistica, ma anche il nodo di una rete di infrastrutture e di trasporto dell’area vasta sovra-provinciale.

Possiamo rilevare – con soddisfazione – che queste considerazioni si sono via via diffuse fino a diventare condivise dai diversi attori locali.Viceversa, fatica ad affermarsi la consapevolezza circa il ruolo “mediopadano” di Reggio Emilia, al quale è dedicato l’incontro di oggi.Un inedito status fondato su due elementi: la “città lineare” che corre lungo la via Emilia e la posizione “mediana” della nostra provincia e del suo Capoluogo all’interno di questa emergente realtà.

Ci riferiamo, si badi bene, ad un ruolo che al momento appare solo potenziale. La funzione mediopadana di Reggio Emilia non è, infatti, un “destino manifesto” – cui siamo sospinti dalla storia – ma, al contrario, una possibile opportunità di sviluppo, praticabile solo se la comunità locale saprà attivare una forte e coerente determinazione progettuale.Nasce da queste considerazioni l’idea di commissionare le ricerche che poco fa sono state presentate.

Due lavori ai quali affiancheremo, tra poche settimane, la più approfondita ricerca sul sistema produttivo reggiano sin qui mai realizzata, a cui seguirà, pochi giorni dopo, un’altrettanto innovativa analisi sul rapporto tra imprese, territorio e innovazione. Un’indagine, quest’ultima, inserita nel quadro dei gruppi di lavoro avviati dal Comune di Reggio Emilia con gli Stati Generali.

Voglio sottolineare non solo l’originalità di queste ricerche e gli investimenti che hanno comportato, ma anche e soprattutto, lo spirito di servizio che ci ha animati nel realizzarle.L’obiettivo che ci siamo prefissi è la messa a disposizione di strumenti di analisi e confronto ai principali attori reggiani: dagli Enti locali alla Camera di Commercio; dalle Associazioni all’Università; dalle Organizzazioni sindacali alla società civile.Con queste iniziative – vale la pena ricordarlo – non intendiamo porre in atto invasioni di campo ma, al contrario, contribuire alla definizione delle grandi scelte da cui dipende il futuro dell’intera comunità.

Tornando all’incontro di oggi, ci pare siano due i dati emersi in maniera evidente. Il primo, è la conferma – geografica, demografica, economica e sociale – della “centralità” di Reggio Emilia all’interno dell’area vasta, in cui si colloca anche la sua provincia. Ciò significa, tra le altre cose, l’esistenza di un ampio bacino d’utenza che conferma – implicitamente – la scelta del nostro Capoluogo quale sede della stazione mediopadana.

Il secondo dato, è la risultante di rilevazioni condotte attraverso sofisticati modelli econometrici che indicano – come abbiamo potuto constatare – un vero e proprio deficit infrastrutturale che interessa Reggio Emilia. Esiste, in altri termini, un disassamento tra la prossima presenza di un nodo europeo – come la stazione TAV – e l’attuale dotazione di infrastrutture. Una considerazione che comprende, si badi bene, non solo l’esistente, ma anche le opere progettate o anche solo ipotizzate.

Qualche cosa, evidentemente, non ha funzionato in maniera adeguata. La governance delle infrastrutture è un processo che coinvolge una pluralità di Enti. Ciascuno di questi soggetti si è occupato della stazione mediopadana, ma lo ha fatto, sulla base delle proprie competenze, senza quel coordinamento indispensabile per determinare la visione d’insieme che una opera come questa comporta.

In altri termini, si sono soffermati marginalmente sul  ruolo mediopadano che la futura stazione conferirà alla nostra città. Si tratta di un fatto rilevante perché chi crede che la nuova stazione sia solo una versione rinnovata di quella vecchia, non ne coglie la formidabile novità;una novità capace di dar senso e traiettoria alla progettazione futura della nostra città. Immaginare per Reggio Emilia un ruolo di riferimento, all’interno di un’area vasta, significa misurarsi con una scala progettuale maggiore e con obiettivi di lungo periodo, i cui risultati possono essere differiti nel tempo.

Il ruolo mediopadano di Reggio Emilia non rappresenta un’astrazione, ma un elemento che condiziona tanto le scelte infrastrutturali – di cui ha parlato Severi – quanto le politiche di sviluppo dei diversi fattori locali. Pensiamo alla cultura, al lavoro, all’istruzione, alla salute, all’innovazione, al posizionamento della nostra offerta turistica e si potrebbe continuare a lungo. Comprendere il ruolo mediopadano significa, in altri termini, aprirsi a una vera e propria discontinuità che impone profonde novità e, allo stesso tempo, la piena  valorizzazione degli asset esistenti.

Certo, è facile obiettare che siamo di fronte a un libro dei sogni, soprattutto, se consideriamo l’attuale congiuntura e, conseguentemente, le sempre più scarse risorse pubbliche. Una posizione legittima, ma che consideriamo sbagliata e dunque non condivisibile. Un ceto dirigente è tale se sa distinguere gli interventi di breve termine dalle grandi scelte di lungo periodo. Non fa differenza il ruolo mediopadano, che diventerà realtà proporzionalmente all’intensità con cui la società reggiana perseguirà questa funzione nuova, ma non certo impossibile.

La qualità di una qualsiasi realizzazione territoriale sta sempre nelle specifiche generali che la ispirano e nella completezza del progetto, che può poi richiedere anche decenni per giungere a compimento. Talvolta, l’ansia di veder chiusi gli iter amministrativi, la volontà di dare soluzione immediata ai temi aperti, l’inerzia nei confronti di scelte maturate all’interno di scenari ormai superati, portano a risultati le cui incoerenze peseranno – per sempre – sulla qualità della vita e  dell’ambiente di una comunità. Dunque, in questa fase, nella quale Reggio Emilia si interroga sul proprio futuro, è indispensabile osare.

Dobbiamo, più che mai, adottare visioni e obiettivi ambiziosi, tra loro coerenti e praticabili nel tempo. Le riflessioni e i quesiti emersi nel corso dei lavori confermano questa prospettiva e questa necessità. Il fatto che oggi non ci siano le risorse non significa, necessariamente, rinunciare a pensare e progettare una città profondamente rinnovata nel suo impianto, nelle sue logiche funzionali e nel suo ruolo all’interno dell’area vasta. Abbiamo ascoltato considerazioni che meritano ora ulteriori approfondimenti accompagnati da momenti di riflessione.

Mi limito a richiamarne alcune idee tra quelle prospettate nel corso dei lavori. La stazione come luogo vivo e accessibile da ogni direzione senza barriere intorno a sé, né cinture o trincee di sorta che la isolerebbero rendendola un “non luogo” avulso dalla realtà locale. La riprogettazione del tratto di autostrada antistante la stazione – e prossimamente oggetto di ampliamento con quarta corsia – per far si che la stazione non risulti, appunto, isolata.

Ciò significa l’eventuale interramento dell’autostrada, con una soluzione analoga a quella adottata, per esempio, in alcuni tratti del passante di Mestre o, in alternativa, la sopraelevazione dello stesso tratto autostradale al fine di consentire il passaggio dalla città verso la stazione. Il possibile interramento della vecchia ferrovia volta a ricucire la secolare frattura tra la città della vita e quella che per cento anni è stata la – brutta – città del lavoro e delle fabbriche. L’area Nord intesa non come un “vuoto” residuale da riempire ad ogni costo, ma come il “motore” per uno sviluppo futuro, capace di ampliare la città rafforzando, attraverso nuove funzioni e significati, il senso e il ruolo del centro storico. Per esempio, in tal senso, la progettazione di quella “cittadella della conoscenza”, articolata lungo l’asse delle ex Officine Reggiane e del San Lazzaro, proposta nel corso della nostra Assemblea nel giugno scorso.

Ancora, la mobilità d’area vasta e, insieme ad essa, la mobilità urbana ed extraurbana per creare una maggiore osmosi tra il centro storico e l’anello di comuni che circonda il Capoluogo. Come abbiamo visto, l’assunzione del nuovo paradigma mediopadano determina, in via quasi naturale, un innalzamento della scala progettuale, della qualità attesa e, persino, dei contenuti simbolici ascrivibili a ciascuna realizzazione.

Il centro storico, l’area Nord e la stazione della TAV meritano un grande Progetto di Città capace di offrire opportunità di crescita non solo urbana, ma anche sociale, economica e culturale. È presente nella società reggiana il desiderio e l’esigenza di un progetto di trasformazione nato dalla convergenza di forze e volontà differenti. Dobbiamo dare corso a un’ambiziosa e intelligente progettualità dell’intera Area Nord, anche a costo di fermarci per tutto il tempo che occorre e di sacrificare questo o quell’interesse particolare. Trova conferma, ancora una volta di più, l’attualità di quella pianificazione strategica sperimentata, nel corso di questi anni, da alcune tra le più avanzate città italiane ed europee. Per realizzarla è indispensabile incontrarsi, parlarsi, intendersi, scegliere e, infine, agire.

La condivisione tra i principali attori serve non solo a concentrare meglio gli sforzi, ma anche a rendere più facile la collaborazione tra portatori d’interessi, diversi e talvolta conflittuali tra loro. Un esercizio che dobbiamo sforarci di realizzare mentre la società è impegnata a comprendere e gestire gli effetti di una crisi che è, al tempo stesso, mondiale e nazionale.

Guai a smettere di pensare al futuro. In momenti come quelli che stiamo vivendo dobbiamo credere in noi stessi senza stancarci di guardare avanti.

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