A Prato e Gavassa cittadini in guerra contro il Tmb

La guerra dei rifiutiNimby è l’acronimo inglese di not in my backyard che tradotto significa letteralmente “non nel mio cortile”. Con questo termine si indica un atteggiamento che si riscontra nelle proteste contro opere di interesse pubblico che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sui territori in cui verranno costruite. E’ quello che sta accadendo a Prato e Gavassa, dove 150 cittadini sostenuti dal coordinamento comitati Ambienete salute e dal comitato Acqua bene e comune hanno inviato in questi giorni un ricorso straordinario al capo dello Stato chiedendo di fermare  la costruzione del Tbm, l’impianto di trattamento meccanico-biologico dei rifiuti urbani. A Giorgio Napolitano i residenti chiedono di annullare le procedure per la costruzione dell’impianto che sarebbe sovradimensionato.

Ma si tratta di una protesta mossa dall’interesse di pochi oppure ci sono delle altre ragioni per fermare la costruzione del Tmb, grazie al quale a Reggio non è stato necessario realizzare un nuovo inceneritore. Gianfranco Aldrovandi del coordinamento comitati Salute Ambiente non ha dubbi: “I lavori vanno bloccati perché l’impianto è sovradimensionato”.

“Il procedimento corretto – afferma Aldrovanti – sarebbe stato quello di estendere la raccolta differenziata spinta a tutta la provincia e successivamente determinare le dimensioni del Tmb. al contrario si è scelto di realizzare un impianto per 150mila tonnellate di rifiuti, che corrisponde al 35% della raccolta differenziata. Questo significa che è calcolano di limitare la raccolta differenziata al 65% di legge. Noi invece sappiamo che in 1200 comuni italiani dove fanno la raccolta differenziata spinta a tariffa puntuale – i cittadini pagano in base ai rifiuti indifferenziati che producono – si arriva a differenziare fino all’80-90%”.

Secondo Aldrovandi, la protesta dunque fonda le sue ragioni nei numeri, non solo nell’interesse di pochi: “I cittadini che hanno firmato il ricorso conoscono questi dati e sono contrari alla realizzazione di una struttura di 92mila metri quadrati dove convoglierà oltre l’indifferenziato, anche l’umido che rappresenta il 30% dei rifiuti. E’ una vera minaccia che rischia di stravolgere questo territorio” conclude.

A cittadini e comitati hanno risposto l’assessore provinciale all’Ambiente Mirko Tutino e il vicesnidaco di Reggio Ugo Ferrari: “Siamo davvero stupiti. Dopo che i ricorrenti avevano affisso negli anni scorsi cartelli con su scritto “No all’inceneritore, Sì al Tmb” e dopo decine di incontri in tutta la provincia, molti dei quali proprio con coloro che poi hanno promosso il ricorso, eravamo convinti che almeno non si mistificassero i numeri e – quantomeno su alcuni punti – ci fosse una comprensione reciproca.  Abbiamo coinvolto nel progetto la Scuola Agraria di Monza proprio per eliminare ogni forma di materiale da inviare a combustione ed investire sul massimo recupero dei rifiuti. Rispetto al primo progetto presentato da Iren – tenendo in considerazione il buon andamento della raccolta differenziata – si è ridimensionata la portata e si è concepita l’integrazione con l’impianto di trattamento della raccolta differenziata dell’organico domestico proprio per convertire l’impianto, man mano che crescerà la differenziata attraverso lo sviluppo del porta a porta”.

Secondo Ferrari e Tutino “sostenere quindi che realizzare il Tmb significa fermare la raccolta differenziata è una bugia colossale”. “E lo dimostra il fatto – continuano – che stiamo andando avanti nell’inserire nuovi Comuni nel modello di raccolta lanciato con il piano d’ambito che al 2015 si prefigge di raggiungere circa il 70% di differenziata, una percentuale che in ambito provinciale colloca Reggio Emilia tra le realtà migliori non solo d’Italia, ma d’Europa. Proprio il leale rapporto con il Comitato di Gavassa ci ha portato a mettere in discussione e rivedere diversi aspetti e ci dispiace, dunque, che questi passi in avanti da qualcuno non vengano colti. Ancora di più considerando che il lavoro ed il confronto non sono ancora conclusi, ma proseguiranno  fino alla redazione del progetto definitivo.  Nel ricorso leggiamo invece numeri completamente inventati ed osservazioni che non considerano minimamente il lavoro svolto in questi mesi, compresa la chiusura nel maggio scorso dell’inceneritore di Cavazzoli. Quando a queste invenzioni si giunge nonostante ripetuti incontri e dopo che, da parte di Comune e Provincia di Reggio Emilia, si sono forniti tutti i chiarimenti del caso, è evidente che la volontà dei promotori del ricorso non è quella di migliorare le cose. E ci stupisce come non sia ancora chiaro che minare il percorso di realizzazione del Tmb significa, di fatto, sostenere la politica dei grandi inceneritori”.

“A chi gioverebbe – concludono Ferrari e Tutino – la mancata realizzazione del Tmb e della Fabbrica dei materiali?

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