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Giornali, la vergogna dei contributi pubblici

“Finalmente una buona notizia. Ogni tanto bisogna guardare il grande cielo azzurro e tirare il fiato. Novanta giornali rischiano di chiudere. Finora sono stati finanziati dalle nostre tasse per raccontarci le loro balle virtuali”. La reazione prevalente di fronte alle parole di Beppe Grillo a proposito dell’allarme lanciato dal presidente della Fnsi Franco Siddi sulla crisi dell’editoria in Italia è stata l’indignazione: ci sono 4000mila posti di lavoro a rischio, imprese che chiudono, la libertà di stampa è in pericolo e questo dice che è una buona notizia.

Lasciamo per un momento da parte l’indignazione e azzardiamo tre domande:

1) I contributi sono la cura al male che afflige il mercato dell’editoria?

2) L’editoria italiana in questo momento è un’asse portante dello sviluppo del Paese?

3) gli “aiuti di stato” garantiscono la libertà di stampa?

Dal 1990 ad oggi giornali italiani hanno ricevuto una pioggia di soldi pubblici, circa 850 milioni di euro. Ecco il il bilancio dell’investimento: in Italia si vendono meno di 4,5 milioni di copie al giorno (in calo costante), come nel 1939, nonostante l’aumento della scolarizzazione, del numero di abitanti e – dice un rapporto Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali) – di lettori. Secondo uno studio realizzato dall’Osservatorio Tecnico “Carlo Lombardi” in soli cinque anni, tra il 2006 e il 2011, si è perso più di un milione di copie giornaliere di diffusione, pari a poco meno del 20% del totale. Un crollo che è andato di pari passo con la contrazione del mercato pubblicitario. Mercato che tra quotidiani e periodici vale oggi appena il 74% del fatturato pubblicitario del solo gruppo Mediaset.

E’ importante sapere anche chi ha accesso ai contributi: i quotidiani editi da cooperative o da imprese la cui maggioranza del capitale sia detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali, oppure i giornali di partito. E’ accaduto così che tra i principali beneficiari degli ultimi contributi sbloccati, quelli del 2009, ci siano giornali semi sconosciuti, piccoli quotidiani sportivi, bollettini di informazione. Dei novanta giornali di cui parlano Siddi e Grillo una parte non trascurabile è il frutto avvelenato della “caccia al tesoro” scatenata dal malloppo messo sul tavolo dallo Stato. La normativa tra l’altro nasconde un meccanismo perverso: più si dichiara di spendere più si incassa. Sono imprese editoriali piratesche, finte cooperative con dipendenti che figurano come soci, o scatole vuote mascherate da house organ di partito come L’Avanti di Valter Lavitola i grandi beneficiari di questo fiume di denaro. Non chi innova, non i pochissimi che oggi in questo Paese investono per fornire un prodotto di qualità in grado di stare sul mercato, che sia fatto di carta o viaggi in rete. In questo gioco vincono i furbetti, i ladruncoli, i parassiti.

Questi problemi li conoscono bene il sindacato dei giornalisti, la Fnsi, e il suo segretario Franco Siddi che oggi protesta per i tagli. Certo, il problema dei posti di lavoro esiste ma non si rianimano i morti con le flebo. Quello che preoccupa è che lo dica solo Grillo.

Giuseppe Manzotti

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