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Il destino della provincia: dalla grande Emilia alla grande farsa

Francesco V, ultimo duca di Modena e Reggio

Partiamo dalle note di colore. A Modena il segretario cittadino della Lega Nord, Stefano Bellei, dopo avere visto in tv l’impresa di Grillo,  si dice pronto ad attraversare a nuoto il Secchia “per difendere l’immagine della nostra città, restituirle la considerazione che merita e che le è stata negata”. Scopo dell’eroica impresa invertire l’ordine delle parole che andranno a costituire il nome della nuova provincia: non Reggio e Modena, come emerge dal documento del Cal, ma Modena e Reggio. Si tratta di un problema di toponomastica particolarmente sentito in terra modenese, soprattutto tra gli esponenti del centrodestra, dal momento che anche il consigliere regionale Andrea Leoni ha presentato una serie di emendamenti in vista dell’Assemblea Legislativa che entro il mese dovrà dare il via libera al nuovo ordinamento territoriale delle province dell’Emilia Romagna. “Modena è più grande di Reggio Emilia e viene prima anche in ordine alfabetico, senza considerare gli aspetti di carattere storico” ha tuonato il consigliere Leoni chiamando in causa il glorioso passato (o l’an dal doca, come dicono a Modena per indicare un tempo assai remoto).

Bisogna dire che anche da questa parte del Secchia abbiamo contribuito alla commedia: come sarebbe andate a finire lo sapevano tutti, da Roma a Bologna. La Grande Emilia, sponsorizzata dalla presidente della provincia Sonia Masini e sostenuta da un variopinto comitato, è stato il più grande bluff dai tempi dello scherzo delle vipere volanti. Ne hanno parlato per mesi, hanno raccolto firme, hanno fatto credere di essere a un passo dalla realizzazione della meravigliosa creatura per scoprire dal presidente della provincia di Piacenza Massimo Trespidi che “a quanto risulta c’è solo la Masini a sostenere l’ipotesi della Grande Emilia”.

Ci sarebbe di che divertirsi se la situazione non fosse maledettamente seria. Perché i problemi veri non riguardano né i nomi né i confini, ma le risorse e le competenze che le nuove province avranno nel caos provocato dalla legge 214 del 22 dicembre 2011, sulla quale permane tra l’altro lo spettro dell’incostituzionalità. E qui cala la nebbia. “Al momento – ha detto la vicepresidente della Regione Simonetta Saliera – siamo di fronte a tagli certi e a nessuna assicurazione sui finanziamenti che verranno assegnati ai nuovi enti e a chi dovrà gestire le funzioni trasferite dalle vecchie province. Temiamo ricadute per il mantenimento dell’attuale livello dei servizi e anche per il personale”.

Si cancella, si accorpa ma nessuno sa ancora chi farà cosa, ammesso che resterà qualcosa da fare. Nel frattempo possiamo continuare a crogiolarci nella nostalgia del duca d’Este e giocare alla guerra dei campanili.

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