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Fluxus, lo Zen dell’arte

Anna Vittoria Zuliani

Il termine “Fluxus” nacque nel 1961, comparendo sull’invito ad una serie di conferenze tenute da Georges Maciunas a New York, con la richiesta di un contributo di 3 dollari per la pubblicazione di una rivista: Fluxus, appunto. La nascita ufficiale del movimento avvenne nel 1962, con il Fluxus Internationale Festspiele Neuester Musik, in Germania, seguito nel 1963 (l’anno in cui Maciunas scrisse il “Manifesto Fluxus”) dal festival “Fluxorum Fluxus”. Vi presero parte lo stesso Maciunas, Nam June Paik, Emmett Williams, Wolf Vostell, John Cage, Yoko Ono, Dick Higgins, Daniel Spoerri, Silvano Bussotti. Nel 1964 uscì “C.C.V. 3”, rivista del movimento: da questo momento in poi Fluxus contamina il mondo dell’arte, libera la creatività dai condizionamenti attraverso la potenza della sperimentazione. Il nome stesso del movimento esprime l’intenzione di lasciare scivolare, fluire, scorrere, è per definizione indefinibile.

L’arte si esprime oltre quelli che furono i propri limiti, e in questo liberarsi da qualsiasi vincolo arriva a coincidere con la vita. “Fluxus non è un movimento, un momento della storia, un’organizzazione. Fluxus è un’idea, un modo di vivere, un gruppo di persone non fisso che compie fluxuslavori” (Dick Higgins). Da ciò deriva l’impossibilità di classificazione e definizione di una corrente altrimenti archiviabile come le precedenti. Sempre più artisti nel corso del tempo si uniscono al flusso, ma non esiste un elenco preciso di chi vi aderì poichè Fluxus, per la sua natura indefinita, non lo ha previsto. L’adesione al movimento comporta la non appartenenza ad alcuna struttura, per questo Fluxus ha rappresentato una rottura esattamente come tutto ciò che ha contribuito alla rivoluzione culturale degli anni Sessanta. Ha portato ad un’ampliamento dei confini dell’arte così come la controcultura mirava all’espansione della coscienza, oltre il suo perimetro collettivamente riconosciuto. Fluxus viene paragonato allo Zen. Secondo simili principi Zen appunto, esso rifiuta la demarcazione partecipando attivamente nel mondo, “seminando” ovunque secondo il principio della vacuità, che è ciò che permette di aprire gli occhi e vedere l’essere delle cose. Per questo è importante il contributo a qualsiasi campo nell’ambito del quale ha sperimentato spargendo molte idee come semi: il teatro, la musica, la performance, l’editoria. Fluxus si muove per natura oltre i propri confini geografici americani, se ne libera approdando in Giappone e in Europa. In Italia si trova stabilmente negli anni Settanta, vi si uniscono artisti come Giuseppe Chiari, Sylvano Bussotti, Gianni Emilio Simonetti. È la galleria Pari&Dispari di Cavriago a fungere da catalizzatore per la diffusione del movimento, attraverso pubblicazioni, installazioni e mostre.

La città celebra con la mostra “WOMEN IN FLUXUS & Other Experimental Tales” a Palazzo Magnani, il cinquantesimo della nascita dell’avanguardia artistica e l’importanza di Reggio Emilia per la propagazione del flusso. Il titolo dell’esposizione pone l’accento in particolare sulla rilevante presenza femminile all’interno della corrente: Yoko Ono, Alison Knowles, Charlotte Moorman, Takako Saito, Shigeko Kubota, Mieko Shiomi, Kate Millet, Simone Forti e Carolee Schneemann; artiste caratterizzate da un pensiero proprio, prive di analogie, che hanno seguito percorsi differenti e sposato il principio di libertà artistica e la mancanza di una teoria unificante.

Fluxus non si può in alcun modo definire ed allo stesso tempo qualsiasi definizione è calzante: non fu movimento, non fu filosofia e contemporaneamente fu tutto questo. Alla base della sua indeterminazione sta l’interesse a tutti e tutto, origine del suo dinamismo, così immediatamente chiaro se inserito nel contesto di quegli anni di trasformazione e sperimentazione. Lara Vinca Masini descrive efficacemente Fluxus come: un’attitudine verso l’arte – per l’importanza della non importanza – i particolari della vita – (…) più importante di quanto non crediate – meno importante di quanto non crediate .

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    “L’arte contemporanea non esiste” (cit.)