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Falstaff al Valli

È opinione universalmente diffusa che la lirica sia morta e che assistere ad una rappresentazione davvero indimenticabile sia diventato semplicemente impossibile – o pressoché difficile.

La rappresentazione del Falstaff del teatro Valli andata in scena venerdì 6 e domenica 8 marzo sembra confermare questa linea di pensiero.
In effetti non credo si possa dire che ci sia qualcosa di spiccatamente sbagliato: i cantanti hanno fatto la loro parte senza errori, l’orchestra anche, il coro pure. Ma senza spiccare, senza incidere.
Che non mi si fraintenda: la rappresentazione mi è piaciuta, credo anzi sia stata piacevole, riuscita anche. Con figure anche particolarmente ben fatte  come l’Alice Ford  di Eleonora Buratto e la Nannetta di Damiana Mizzi. Altre un po’ più inconsistenti – dal punto di vista canoro – come il Fenton di Matthias Stier.
In generale la sensazione, senza particolari errori e cadute, sta in una mancanza complessiva di potenza, vigore, espressività. Forse proprio per questo sono ben riusciti i due nonetti (si chiamano così?) del primo e terzo atto in cui quasi tutti i personaggi insieme cantano all’unisono, dandosi forza, privilegiando la precisione all’espressività personale. E poi, i nonetti, sono un vero e proprio capolavoro della produzione operistica, perfetti non solo musicalmente, ma anche drammaturgicamente per lo svolgersi della storia e per la magistrale composizione librettistica di Boito, un vero piacere quindi ascoltarli, seguirli, gustarli nel loro lampo di genio.

https://www.youtube.com/watch?v=A0K2hyUl5GQ

Particolarmente poco efficace, a mio parere, la regia. Non che ci si debba aspettare sempre allestimenti faraonici alla Zeffirelli, elucubrazioni intellettuali, metafore dell’esistenza trasposte in scena. Va bene anche il minimalismo che tra l’altro va pure di moda –in tempo di crisi. Anzi ben felici di essere scampati, almeno ‘sta volta, alla millesima rappresentazione storicizzata in un periodo contemporaneo (Nazisti, fricchettoni,nuova oggettività…) esperimenti che va anche bene ma dopo un po’ sanno di già visto.
Quindi, dicevo, benissimo la rappresentazione in costume originale, con scenografia ai minimi storici, ma forse così è pure troppo. La scena, videoproiettata sul fondale, riproduce un paesaggio sul quale si muovono i personaggi.  Fondale, tra l’altro, tutto verdiano, tra la casa natale di Roncole e Verdi e –mi pare – Villa Sant’Agata con tanto di faggeto. Nulla che aiuti un po’ i cantanti ad interagire, a muoversi sulla scena con un senso teatrale. Un omaggio al Maestro un po’ gratuito, istituzionale, celebrativo ma che non dona senso, racconto, dinamismo, contesto. Non supporta lo sguardo di chi ascolta, non apre mondi, non regala nulla al pubblico e nemmeno ai cantanti che lo abitano. Infatti  anche la recitazione, alla fine, risulta affettata, un po’ vecchio stile, ecco. Non so se la scelta di tanta rigidità fosse voluta, come in omaggio ad una tradizione di un teatro classico. A mio parere il risultato è un classicismo che è citazione di sé stesso, quindi un poco noioso.

E margini ce ne sarebbero perché il ritmo dell’opera è incalzante, il libretto fenomenale e realmente comico e questi cantanti sono abbastanza nella parte – considerando anche quanto detto sopra – per poter regalare pura gioia e divertimento.

E invece rimane un po’ lì. Non brutto. Senza errori. Ma senza entusiasmo.

PS un certo brivido di piacere, confesso, me l’ha dato la presenza di un certo numero di amministratori pubblici.  Ex assessori, sindaci, rappresentanti della Provincia.
Non riesco a non pensare che ormai il valore (commerciale e morale) della cultura sia sceso così in basso da

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