Delitto Rombaldi, la procura: “E’ stato Fontanesi”

Carlo Rombaldi

Per gli inquirenti è la soluzione del caso, la fine di un mistero lungo vent’anni. E’ una Smith&Wesson 38 special la pistola utilizzata per uccidere il dottor Carlo Rombaldi, assassinato la notte tra il 7 e l’8 maggio 1992 in via Fabio Filzi, in città. L’arma, appartenuta all’unico indagato, l’agente di polizia municipale in pensione Pietro Fontanesi, 65 anni, vicino di casa della vittima all’epoca del delitto, quella notte ha fatto fuoco. A stabilirlo sono state le perizie del personale di polizia scientifica dell’Unità Delitti Irrisolti. Per gli inquirenti si tratta della soluzione del caso dopo vent’anni di indagini senza sbocco, piste false e voci prive di fondamento. Al momento Fontanesi resta a piede libero, nonostante la pesantissima accusa di omicidio aggravato dai futili motivi. Il gip Giovanni Ghini ha infatti respinto la richiesta avanzata dalla procura di custodia cautelare in carcere, rinetendo che non ci siano i presupposti per la misura dato il lungo periodo trascorso dal fatto. Una decisione contro la quale la procura potrebbe opporre ricorso.

Il movente del delitto sarebbe da ricondurre ad una banale lite per questioni condominiali.

Ad annunciare la svolta è stato nel corso di una conferenza stampa il procuratore capo Giorgio Grandinetti, affiancato dal sostituto Maria Rita Pantani, che ha coordinato le indagini, dal questore Domenico Savi, dal capo della Squadra Mobile Domenico De Iesu e dal personale dell’Unità Delitti Irrisolti della polizia di Stato che ha effettuato i rilievi balistici. “Questo risultato – ha detto il procuratore – è giunto grazie alla caparbietà di tutti,nessuno escluso. Un grazie particolare va alla dottoressa Pantani”. Il sostituto procuratore Pantani, senza entrare nei dettagli delle indagini, ha parlato di “dato scientifico”, facendo riferimento alla pistola sequestrata:  “La polizia scientifica – ha detto – attraverso un lavoro certosino ci ha permesso di acquisire incontrovertibili prove riguardo all’indagato odierno: ora sappiamo che la pistola da noi sequestrata è assolutamente quella che sparò nella notte tra il 7 e l’8 maggio di 20 anni fa”. Le dichiarazioni ufficiali all’insegna della prudenza non nascondono però la certezza degli investigatori: a sparare quella notte fu Pietro Fontanesi.

Arma e testimoni: così è arrivata la svolta

Qual è la pista che ha condotto gli inquirenti all’ex vigile? Le indagini, che hanno subito un’accelerazione negli ultimi mesi, sono partite da alcune testimonianze raccolte nel condominio di via Fabio Filzi dove vivevano sia il dottor Rombaldi che Fontanesi. Testimonianze che hanno raccontato di tensioni e piccoli dissapori legati a questioni condominiali. Nulla di eclatante, ma gli elementi raccolti hanno permesso di restringere il campo ad una rosa di sospetti. Ma la svolta è arrivata dall’arma del delitto, venduta alcuni anni fa da Fontanesi ad una terza persona. Le moderne tecniche investigative hanno fatto il resto (oltre alla perizia balistica sull’arma, la scientifica ha eseguito numerosi sopralluoghi nella massima discrezione), hanno confermato la teoria e dato corpo alle accuse. Un ulteriore chiarimento che riguardava un mistero nel mistero è arrivato dal procuratore Grandinetti: i bossoli sequestrati sul luogo del delitto non sono mai scomparsi, come era stato riportato qualche tempo fa da un quotidiano locale. Ieri la procura ha notificato a Fontanesi e al suo legale, l’avvocato Giovanni Tarquini, l’avviso di chiusura delle indagini. L’indagato si è subito proclamato innocente e ora si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Vent’anni fa in via Fabio Filzi

La seta del 7 maggio 1992 il dottor Carlo Rombaldi, giovane e promettente chirurgo del Santa Maria Nuova, esce a mangiare una pizza “Da Donato” insieme ad un gruppo di colleghi. Dopo averli salutati, verso mezzanotte, fa rientro in via Fabio Filzi, dove vive con la moglie Aura Chierici e ai due figli di 4 e 11 anni. Ha appena parcheggiato l’auto in garage, quando sulla soglia qualcuno esplode contro di lui almeno tre colpi, uno dei quali perfora un polmone e si rivelerà fatale. Rombaldi viene trasportato in ambulanza al Santa Maria Nuova, dove viene operato dal suo primario, il dottor Prati. Ma le sue condizioni sono troppo gravi e muore nella notte.

Le indagini, guidate dal procuratore Bevilacqua, vanno in tutte le direzioni: esclusa la rapina – la vittima aveva ancora portafoglio e orologio – si ipotizza uno scambio di persona, la vendetta di un paziente, dissapori sul posto di lavoro. Ma nella vita di Rombaldi non c’è un’ombra, è irreprensibile sia nella sua professione che nel privato. C’è un elemento, che forse viene tralasciato per troppo tempo: chi ha sparato doveva conoscere bene il condominio e i garage, sotto il livello della strada e posti sul retro della palazzina. E conosceva la via di fuga.

Adesso il quadro per gli investigatori è chiaro: Rombaldi ha avrebbe incontrato Fontanesi al suo ritorno e sarebbe nata una lite, per motivi che non sono ancora stati chiariti. Il medico avrebbe poi prcheggiato l’auto in garage senza sapere che il suo assassino era alle sue spalle armato. Tre colpi con una calibro 38. Uno fatale.

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