Cna contro Iren: abbandonato il modello emiliano

Cna contro Iren: abbandonato il modello emiliano“Speravamo che la fusione in Iren esportasse il modello emiliano fatto di contratti quadro e di un dialogo continuo con l’economia locale, invece la realtà ci ha restituito il prevalere del modello torinese incentrato su gare di appalto tese a contrarre i costi e politiche aziendali tese a massimizzare gli utili. Ma così non si contribuisce al sostegno delle economie locali”. E’ la critica rivolta ai vertici della multiutility dai presidenti di Cna Reggio Emilia e Cna Torino, Tristano Mussini e Daniele Vaccarino.  Un’azione di denuncia che le CNA di Reggio Emilia e Torino compiono in vista della nuova governance e alla luce dei risultati di un’indagine che ha evidenziato una situazione di progressivo allontanamento di Iren dai territori di provenienza: riduzione del numero di fornitori diretti del gruppo, anche a causa dell’ampliamento delle dimensioni degli appalti e della loro complessità, logica del massimo ribasso e mancati investimenti sul territorio reggiano in una logica di subordine da Torino.

Un quadro preoccupante quello emerso dalla ricerca “Iren, tra nuova governance e dialogo (difficile) con il territorio” illustrata martedì nel dettaglio da Tristano Mussini, presidente provinciale CNA Reggio Emilia, Fabio Bezzi, direttore generale CNA Reggio Emilia, Daniele Vaccarino, presidente CNA Torino e dall’autore dell’indagine, Sandro Baraggioli, Istituto di Ricerca Sociale Università degli Studi del Piemonte orientale “Amedeo Avogadro”.

Il Presidente Mussini ha sottolineato che “con la fusione di Iren abbiamo assistito a una diminuzione vertiginosa degli appalti per le piccole e medie imprese del nostro territorio a causa della logica nelle gare di appalto dell’offerta a massimo ribasso e di uno sbarramento all’ingresso con la richiesta di requisiti di partecipazione molto alti”. Ma il presidente della Cna reggiana è andato oltre: “Pensiamo che Iren debba riconsiderare i suoi obiettivi, cercando di coinvolgere maggiormente le imprese del territorio e trovando una soluzione condivisa per la partecipazione alle gare oppure cambiando totalmente la metodologia finora applicata”.

Un appello chiaro, Mussini lo lancia anche ai soci pubblici di Iren: “Debbono sapere qual è la situazione che si è creata. Non possono pensare di continuare a togliere risorse alle imprese del territorio continuando con gare al massimo ribasso e al contempo aumentare le tariffe. Così facendo, non solo perdono quella qualità dei servizi che ha sempre caratterizzato i servizi di gestione e manutenzione, ma aumentano il rischio di ingresso di aziende da fuori di dubbia trasparenza”.

Fabio Bezzi, direttore generale Cna, spiega le ragioni della ricerca, ovvero “capire quale sia il modello nuovo che sta emergendo, a seguito della situazione di difficoltà dichiarata dalle nostre imprese. Le nostre sensazioni di un cambiamento radicale dell’approccio nei confronti delle imprese emiliane sono state supportate dall’indagine che ci auguriamo possa servire come strumento di interlocuzione con i soci pubblici, per avere una maggiore consapevolezza e portare alla luce eventuali minacce che una logica al massimo ribasso comporta, come ad esempio il rischio di infiltrazioni mafiose”.

Il Presidente di Cna Torino Vaccarino, infine, ha tenuto a sottolineare “da un lato la volontà della CNA di muoversi con forza andando anche al di là dei confini territoriali come dimostrato dalla collaborazione tra Reggio Emilia, Torino e Genova, e dall’altro la necessità di tutelare le piccole e medie imprese che nonostante le enormi difficoltà rappresentano l’ossatura del nostro paese ed è giusto che gli enti pubblici sostengano questo tipo di attività e di economia”. Il presidente di Cna Torino propone di riservare una quota di lavori da far rimanere sui territori. Una soluzione che appare di difficile applicazione causa la quotazione in borsa, ma certamente una proposta da valutare con attenzione data la natura non esclusivamente privata della multi utility.

Dati alla mano, l’autore della ricerca, Sandro Baraggioli, ha evidenziato come “il rapporto che il gruppo Iren ha strutturato con il territorio reggiano è profondamente cambiato, ed è stato penalizzato il ricorso alla mediazione della fornitura tipica del modello emiliano”.

L’indagine. Condotta attraverso i dati e i documenti pubblicati dal Gruppo, le interviste svolte presso funzionari e dirigenti di Iren e presso imprenditori dell’indotto Iren nelle province emiliane e di Torino, consente di osservare alcune tendenze e avanzare riflessioni di conseguenza sul cambiamento in atto sul lato della fornitura. Mentre di norma le indagini sui servizi pubblici locali si concentrano sulle performance di impresa o sui meccanismo di corporate governance che regolano i rapporti tra proprietà e controllo delle utilities, l’indagine CNA ha scelto una prospettiva diversa, quella delle ricadute economiche che le public utilities producono sul sistema locale della fornitura; si è scelto così di focalizzare l’attenzione sulla produzione di esternalità per il territorio sottoforma di investimenti, di acquisti in beni, servizi o lavori, di distribuzione di commesse a soggetti cui è appaltata una parte delle attività di competenza.

I risultati. Comparando i dati fatti registrare da Iride e Enia separatamente con quelli di Iren si osserva una sostanziale conferma dei livelli di acquisto nelle diverse aree territoriali, se si fa eccezione per i dati 2009 di Torino e Genova, come detto influenzati dagli investimenti per la centrale di Torino Nord. Si nota inoltre una sorta di continuità anche comparando il volume totale di acquisti generati dalla somma di quelli effettuati da Iride ed Enia (tra il 2006 e il 2009) e quelli di Iren (nel biennio 2010/2011). In ambito torinese il dato torna ad assestarsi intorno ai 60 milioni di euro (59 milioni nel 2011 dopo i 135 milioni del 2009 e gli 87 del 2010), in linea con quanto osservato tra il 2006 e il 2008; sul territorio genovese il dato cresce fino a raggiungere i 77 milioni di milioni del 2011; sul territorio emiliano non si osservano fenomeni di particolare rilievo, in base ai dati a disposizione dal 2008 in avanti il dato passa da 152 milioni di euro a 157 milioni del 2009 (Enia) e da 168 milioni del 2010 a 148 del 2011 per opera di 10 milioni circa di minori acquisti in provincia di Parma, 7 in quella di Piacenza e circa 4 in ambito reggiano. Tra il 2006 e i 2011 Enia, Iride e Iren hanno acquistato da imprese delle tre aree territoriali di riferimento beni e servizi nell’ordine di 1.750 milioni di euro: 850 circa in ambito emiliano (manca una scomposizione più precisa), 475 in provincia di Torino e 430 in provincia di Genova.

I dati evidenziano come negli ultimi quattro esercizi, con maggior vigore a seguito della fusione, si sia innescato un processo di riduzione del numero di fornitori diretti del Gruppo. Le ragioni di questo fenomeno che emergono sono sostanzialmente due:
– è opinione di alcune imprese intervistate che il Gruppo Iren, specie in ambito emiliano, abbia operato in direzione di un ampliamento delle dimensioni degli appalti messi a gara
– Alcuni servizi o forniture non vengono assegnati direttamente ma inseriti all’interno di appalti complessi, demandando all’impresa capofila o all’associazione di imprese vincente l’organizzazione della sub-fornitura.
Le scelte di organizzazione della fornitura influenzano inesorabilmente il dato finale sull’impatto economico generato dagli investimenti e dalle attività svolte dal Gruppo Iren sul territorio. Dai dati aziendali si evince la progressiva riduzione del numero di imprese dell’area emiliana, da 2500 circa del 2008 a 1980 nel 2011, mentre, complici gli investimenti nell’impianto di cogenerazione, i fornitori provenienti da paesi esteri crescono notevolmente toccando quota 308 in luogo di una media che si aggira sulle 50 e le 60 unità per anno.

Gli investimenti. Il Gruppo Iren ha fatto segnare negli ultimi anni valori elevati negli investimenti che derivavano sostanzialmente da progetti preesistenti la fusione del 2010. La centrale di cogenerazione di Torino Nord è l’impianto di rigassificazione Olt a largo di Genova erano, addirittura, progetti nati in seno ad Aem Torino e Amga Genova. Lo stesso dicasi del Polo ambientale di Parma (Pai) la cui ideazione avviene ai tempi di Enia. Tra il 2010 e il 2012 il totale degli investimenti supera gli 1,2 miliardi di euro. Il progressivo esaurimento dell’importante sforzo finanziario si traduce in una forte riduzione dell’ammontare delle spese per investimento che passano da 536 milioni di euro del 2010 a 286 milioni del 2012 (-38,7%). Nei prossimi anni, come testimoniala revisione del business plan, vedono una “stabilizzazione degli investimenti” diretta ad accrescere la marginalità e consolidare in termini finanziari e industriali il Gruppo.

 

Il giudizio degli imprenditori. Nelle valutazioni delle imprese intervistate il passaggio da Enia a Iren è descritto come la definitiva scomparsa di un punto di riferimento per il sistema delle imprese per alcune ragioni strettamente interconnesse:
– la ridotta autonomia delle società caposettore emiliane induce difficoltà crescenti a costruire un’interlocuzione tra utility e imprese della fornitura; se in passato il sistema emiliano si caratterizzava per la compartecipazione alle strategie di sviluppo dell’utility locale, la situazione attuale è vissuta come una condizione di subordine rispetto alle scelte operate “da Torino”;
– il sistema reggiano non è stato interessato dai grandi investimenti del Gruppo negli ultimi anni e la causa è stata attribuita alla necessità di far progredire territori meno sviluppati (nel caso di Enia), allo spostamento dei centri decisionali (Iren);
– il sistema della fornitura locale organizzato attraverso l’intermediazione del mondo associativo, che nell’Ati del “contratto quadro” ha una delle sue principali espressioni, sta subendo le ripercussioni delle politiche di controllo delle spese. Un numero sempre maggiore di gare, a parere delle imprese, vengono assegnate con il metodo dell’offerta al massimo ribasso che riduce i margini e favorisce forme di dumping;
– le imprese artigiane emiliane lamentano, inoltre, la presenza di requisiti inaccessibili per le piccole aziende del territorio. Questa posizione va compresa con maggiore dettaglio; da un lato le imprese artigiane risentono della contrazione dei costi di Iren e del ricorso allo strumento del massimo ribasso, dall’altro non sono in grado di accedere alle gare che radunano le forniture più rilevanti perché non raggiungono i requisiti minimi di partecipazione. Il progressivo “svuotamento” del contratto quadro si riflette in una riduzione delle commesse anche per le piccole imprese del territorio.

Le conclusioni. Le criticità che il Gruppo Iren ha attraversato negli ultimi due anni si sono riverberate anche sul sistema della fornitura locale. Il ricorso al massimo ribasso e alle procedure per offerta economica più vantaggiosa sono la conseguenza di un quadro di debolezza generale, non dello spostamento di poteri all’interno del Gruppo. La fusione è avvenuta tra soggetti particolarmente esposti a causa di investimenti materiali e finanziari in un quadro economico tendenzialmente stagnante e recessivo segnato della caduta della domanda energetica e dall’innalzamento del costo del debito. Il sistema emiliano ha testimoniato i contraccolpi più forti perché è venuto scemando il modello locale di intermediazione e organizzazione della fornitura svolto dai gruppi di imprese e dalle associazioni di rappresentanza locale.

Le utility si sono caratterizzate per lungo tempo come strumenti pubblici finalizzati all’erogazione di servizi ad una precisa comunità. Il processo di privatizzazione e parziale liberalizzazione ha inaugurato una revisione del rapporto azienda e sistema locale. Il legame con il territorio resta un elemento qualificante per questo genere di imprese tuttavia, l’accento sul valore e la capacità di produrre ricchezza ha favorito comportamenti imprenditoriali che hanno determinato un’eterogenesi dei fini delle imprese.

L’evoluzione delle politiche di fornitura del Gruppo Iren stanno indirizzando le imprese dell’indotto locale verso due possibili strade:
– una strategia difensiva, in cui le imprese locali adattandosi alle condizioni di un mercato fortemente competitivo si troveranno a dover comprimere i propri margini e costi per poter accedere alle commesse o, in alternativa operare a livello di sub-fornitura, costruendo partnership e accordi con soggetti di dimensione maggiore, facendo leva sulle proprie competenze e sulla presenza sul territorio
– una strategia di sviluppo più ambiziosa, caratterizzata, ad esempio, da percorsi di co-investimento su progetti condivisi. A fronte di un mercato soggetto a una competizione spinta un’occasione di rilancio può venire dalla nascita di “progetti territoriali” specifici condotti in collaborazione con Iren su attività che sempre più rappresentano il core business del gruppo e gli asset su cui si poggia lo sviluppo futuro: teleriscaldamento e ciclo ambientale.

Esistono i margini per creare un sistema locale di imprese che si ponga come punto di riferimento per la gestione e la manutenzione del patrimonio infrastrutturale del territorio, ma le logiche che guidano la multiutility devono essere riviste.

 

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