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Buchi nell’acqua
Province, altro che riordino:
è il caos totale

Archiviate, almeno per il momento, le stucchevoli polemiche sui nomi delle nuove province cominciano a venire a galla i problemi veri che la riforma porta con sé. Problemi sottovalutati quando non proprio deliberatamente nascosti. Quella che si sta delineando è una riforma confusa, superficiale, disorganica sia dal punto di vista organizzativo che economico. Se le indiscrezioni che circolano in queste ore nei palazzi romani saranno confermate, si va verso un rinvio dell’abolizione delle giunte: ciò significherebbe che l’iter che trasformerà le province in enti di secondo grado si è inceppato ancora prima di partire. Ma la questione è ben più ampia e complessa.

Rebus funzioni. Il governo non ha ancora fissato le competenze attribuite alle province con legge dello Stato, cosa che avrebbe dovuto fare entro il 5 settembre. Per quanto riguarda le funzioni attribuite tramite legge regionale, il vuoto è stato almeno in parte colmato con l’aggiunta del comma 10 bis all’articolo 17 del decreto sulla spending review: “Le regioni con propria legge trasferiscono ai comuni le funzioni già conferite alle province dalla normativa vigente salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, tali funzioni siano acquisite dalle regioni medesime. In caso di trasferimento delle funzioni ai sensi del primo periodo, sono altresì trasferite le risorse umane, finanziarie e strumentali”. Sia che le regioni decidano di trasferire competenze ai comuni o acquisirle, il percorso appare molto problematico. Se devono essere acquisite risorse umane, finanziarie e strumentali, queste andranno a pesare sui bilanci degli enti, che rischiano di non avere fondi sufficienti per adempiere ai nuovi compiti. Il percorso risulta così estremamente difficoltoso senza un complessivo riordino delle finanze che il decreto non contempla. Va sottolineato che il governo nel decreto non ha indicato una data entro la quale deve essere completato il passaggio di consegne.

Risparmi virtuali. Da una parte ci sono enormi problemi organizzativi, dall’altro risparmi irrisori che nemmeno il governo è stato in grado di calcolare. Nemeno i costi, dovuti per esempio alla necessità di integrare sistemi informativi, combinare dati di bilancio, aggiornare prassi e procedure, sembrano essere stati adeguatamente stimati. Interessanti le cifre fornite all’Adnkronos da Stelio Mangiameli, costituzionalista e direttore dell’Istituto di studi sui sistemi regionali federali e sulle autonomie (Issirfa-Cnr): “Tutte le P.A. costano circa 870 miliardi di euro l’anno. Di questi, i Comuni costano un po’ meno di 70 miliardi di euro, le Province circa 13 miliardi, le Regioni 170 miliardi di cui 104 legati alla sanità. Sui restanti 617 miliardi di euro, dunque, 75 miliardi di euro sono legati al costo degli interessi del debito, circa 300 alla previdenza e alle pensioni, e la restante parte, oltre 240, sono la spesa discrezionale dello Stato, degli organi costituzionali e degli apparati centrali. Di riforme ne abbiamo bisogno, comprese di quelle di Province e Regioni, ma non di queste riforme che sembrano parlare alla pancia del Paese senza ottenere risparmi effettivi”.

Sarà interssante, una volta concluso l’iter, verificare se l’operazione ha portato più costi o benefici e, se alla fine il saldo sarà negativo, chi si assumerà la responsabilità.

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