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28 luglio 1943
L’eccidio delle Reggiane
69 anni dopo: il ricordo

E’ stato ricordato stamattina a Reggio Emilia il 69° Anniversario dell’eccidio alle Officine Reggiane. Deposta una corona ai piedi della lapide – collocata ai cancelli degli stabilimenti di via Agosti in memoria degli otto operai e un’operaia che aveva in grembo un bambino, morti sotto i colpi di fucile dei militari mandati a soffocare una libera manifestazione per la pace e la fine della guerra il 28 luglio 1943 (il governo fascista era caduto tre giorni prima) – e dopo la benedizione di don Gaetano Incerti, storico cappellano delle Reggiane, il corteo di operai, sindacalisti, partigiani e autorità ha raggiunto un’area interna agli stabilimenti, per gli interventi di commemorazione.

Prima dell’intervento di Michele Del Fabbro, segretario confederale della Cisl di Reggio (in sostituzione del segretario generale Fim-Cisl regionale, Giovanni Caruso, che non ha potuto partecipare come previsto), il sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio, ha rivolto ai presenti il saluto della città, in presenza del prefetto Antonella De Miro.

Delrio: debitori nei confronti delle vittime

“Gli otto operai e l’operaia Domenica Secchi, a cui abbiamo dedicato una nuova piazza qui vicino in via Turri, erano persone innocenti, che desideravano un futuro di pace e democrazia – ha detto il sindaco Delrio – Per questo speravano e lavoravano in questo luogo, con altre migliaia di persone, che popolavano i viali tra gli stabilimenti e i capannoni ogni giorno. Erano persone che in quel 28 Luglio si sentivano in festa per la caduta del governo Mussolini ed erano incoraggiati a esprimersi pubblicamente e liberamente, a fare vedere la loro gioia. Sui viali invece trovarono la morte e gli spari della repressione.

“Abbiamo recentemente ricordato uno per uno i martiri del 7 Luglio 1960. Vorrei che ricordassimo oggi uno per uno i Caduti delle Reggiane del ’43: Antonio Artioli, Vincenzo Bellocchi, Nello Ferretti, Eugenio Fava, Armando Grisendi, Gino Menozzi, Osvaldo NotariAngelo Tanzi e Domenica Secchi.

“Siamo in un luogo, le Reggiane, che ha incrociato nel Novecento tutti i momenti cruciali della nostra storia: l’industrializzazione, l’espansione economica delle imprese, ed anche le tragedie belliche e politiche. Il 28 Luglio ’43, come il 7 Luglio ’60, sono giorni in cui i reggiani si sono sentiti in qualche modo non compresi dallo Stato. In questo episodio del ’43, come nel luglio ’60, la comunità reggiana ha sentito lo Stato lontano, lo ha sentito nemico. Ma questo non ha impedito ai reggiani, anche dopo questi tragici fatti, di volere una patria diversa, votando per la democrazia, per la Costituzione, per una Repubblica di tutti e non solo di qualcuno. Credo che oggi ricordiamo, sapendo che quei momenti ce li siamo lasciati alle spalle. I momenti di una nazione nemica, di una patria matrigna, ce li siamo lasciati alle spalle.

“Rinnoviamo il ricordo dei nostri morti, che certo non vogliamo dimenticare, perché in questa memoria e in questo sangue sta la radice della nostra comunità. In questo ricordo non c’è rancore, non c’è desiderio di vendetta. C’è appunto la memoria dolce e appassionata di chi sa di dovere qualcosa alle persone che qui hanno lavorato, vissuto, alle persone che qui hanno lasciato la vita.

“Proprio qui, oggi, tre queste strade che ricordiamo insanguinate, stiamo piantando semi per la nuova economia di Reggio, con la ristrutturazione dei capannoni qui accanto (Tecnopolo, ndr), con il recupero degli stabilimenti Locatelli (Centro internazionale dell’infanzia Malaguzzi, ndr): questo luogo ha ancora qualcosa da dire alla nuova economia, alle nuove generazioni. Credo che il nostro impegno di memoria si esprima nel modo migliore nel fare rivivere, magari con dei giovani, nuove imprese, nuove speranze e nuove parole di democrazia, di uguaglianza, di benessere per la nostra comunità. E’ con questo spirito che noi ci sentiamo debitori, con questo spirito ci apprestiamo a non dimenticare, come ogni anno, coloro che hanno contribuito a far crescere la nostra città”.

La vicenda

Il 28 luglio del 1943, a pochi giorni dalla caduta del regime fascista, nonostante l’entrata in vigore di norme molto restrittive sull’ordine pubblico, emanate dal governo Badoglio – si autorizzavano l’esercito e le forze dell’ordine anche a sparare contro ogni assembramento di manifestanti superiore alle tre persone – un corteo tentò di sfilare per le vie della città chiedendo la fine della guerra, chiedendo semplicemente la pace. Durante la manifestazione, ai cancelli delle Reggiane, nel tentativo di interrompere la mobilitazione, l’esercito aprì il fuoco sulla folla. Nove operai delle Reggiane, tra cui una donna incinta, Domenica Secchi, rimasero uccisi.

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