“Vi spiego perché Andreotti era un gigante”

“A parte le guerre puniche, mi viene attribuito veramente di tutto” era solito dire Giulio Andreotti quando raccontava se stesso. E non aveva torto. Perché il Divo Giulio ha rappresentato più di ogni altro in Italia l’incarnazione stessa del potere. A soli 28 anni sottosegretario del governo De Gasperi, è stato sette volte Presidente del Consiglio, otto volte Ministro della Difesa, cinque volte Ministro degli Esteri, tre volte Ministro delle Partecipazioni Statali, due volte Ministro del Bilancio, delle Finanze e dell’Industria, una volta Ministro del Tesoro, dell’Interno e delle Politiche Comunitarie. Il suo “peso” – o la sua ombra, dicono i detrattori – nella vita politica non è mancato nemmeno dopo la fine della Prima Repubblica, quando Cossiga lo nominò senatore a vita. D’altronde “il viale del tramonto è lungo e bello, Dio me lo conservi” diceva con la consueta ironia. Ma non stava scherzando. Dalla Costituente ai processi per mafia, Andreotti, scrive Alfio Sciacca sul Corriere della Sera “è riuscito ad avere la meglio su qualunque ritratto, anche il più orripilante”.

Manlio Ianni ai tempi della presidenza della Commissione Difesa del Senato

Ora che la morte consegna per sempre alla storia l’uomo e il politico, più che tracciare un altro ritratto abbiamo raccolto la testimonianza di una persona che lo ha conosciuto bene, che di Andreotti è stato sostenitore, compagno di partito ma soprattutto amico. Manlio Ianni, reatino, è stato senatore della Democrazia cristiana per tre legislature, dal 1983 al 1994, membro della Commissione d’inchiesta sulla loggia P2, presidente della Commissione Difesa del Senato e vicepresidente vicario della Commissione Stragi.

Senatore, come è nato il suo rapporto con Andreotti?

Nel 1960 sono entrato a fare parte della sua corrente, la corrente “Primavera”. Il nucleo forte si trovava nel Lazio e nel 1954, al congresso di Napoli, con Andreotti siamo stati gli unici a restare vicino a De Gasperi quando fu disarcionato dai “giovani turchi” di allora, fra i quali spiccavano Fanfani, Rumor e Moro. Vede, la storia si ripete…

In quale occasione vi siete incontrati di persona per la prima volta?

La prima volta che ho incontrato Andreotti è stato nel 1962 a Rieti in occasione dell’assemblea della corrente Primavera al Teatro Vespasiano. Con lui c’erano Franco Evangelisti e Franco Maria Malfatti, che otto anni dopo divenne presidente della Commissione europea. Lì nacque tra un rapporto di collaborazione che è durato per molti anni e si consolidò quando nel 1970 divenni presidente della Provincia di Rieti. Andreotti era molto attento ai problemi locali e in quegli anni riuscimmo anche grazie alla sua collaborazione a realizzare numerosi interventi, dal rinnovamento della rete stradale al salvataggio dello stabilimento della Snia Viscosa, una fabbrica che dava lavoro a 1200 persone. Nel 1983 fu lui a candidarmi al Senato e dopo la mia elezione la collaborazione è proseguita a Roma.

Che uomo era Andreotti?

Dal punto di vista personale era molto cortese, ma riservato. Non era il genere di persona dalla quale aspettarsi una pacca sulla spalla. Come politico era un fuoriclasse assoluto, capace e concreto. Ha agito in un periodo difficilissimo della storia italiana e mondiale. Grazie a lui e a quella classe dirigente l’Italia e gli italiani erano amati e rispettati in tutto il mondo. Da ministro degli Esteri e da presidente del Consiglio, ha rappresentato un ponte tra Est e Ovest. Era molto vicino a Gorbaciov, di cui apprezzava lo slancio riformista della glasnost e della perestrojka e aveva ottimi rapporti con il segretario di Stato americano Kissinger e con i presidenti Ford e Carter. Ma fu capace anche di dire no agli Usa e a Reagan in occasione della crisi di Sigonella. I suoi successi in politica estera sono innumerevoli: ottenne la liberazione di numerosi detenuti dal dittatore cileno Pinochet e fece pressioni sul governo sudafricano per la scarcerazione di Mandela.

Però sulla figura di Andreotti non mancano le ombre. Dai presunti rapporti con la P2 di Licio Gelli ai processi per mafia. Lei peraltro ha preso parte a due commissioni parlamentari che si sono occupate proprio di queste ombre.

Per quanto riguarda i rapporti con la P2 e Licio Gelli non c’è una sola carta che provi questo rapporto, solo chiacchiere e accuse strumentali mai suffragate da prove. Inoltre dalla relazione finale della commissione parlamentare emerge come la P2 più che una vera e propria loggia massonica fosse un comitato d’affari. Per quanto riguarda i presunti rapporti con Cosa Nostra posso dire che Andreotti è stato il più feroce nemico della mafia che ci sia mai stato in questo Paese. Fu grazie al decreto approvato nella notte da lui e dall’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli che decine di boss non vennero scarcerati per decorrenza dei termini. Bisogna ricordare inoltre che Andreotti fu molto amico di Falcone e lo volle nel pool antimafia ma i comunisti si opposero. E poi, come è possibile che Berlinguer e il Pci abbiano appoggiato un presidente in odore di mafia?

La verità giudiziaria però dice un’altra cosa. Per i giudici Andreotti trattò con la mafia fino al 1980.

Evidentemente i giudici si sono sbagliati. Ricordo che la sentenza di primo grado del processo di Palermo assolse Andreotti con formula piena e solo la sentenza di appello ha fatto distinzione tra i fatti fino al 1980 e quelli successivi. Ma non c’è una prova, solo speculazioni. Pensi che l’ex presidente Usa Ford gli mise a disposizione gratis il suo avvocato tanto credeva alle accuse. Secondo lei, un uomo che faceva fatica a strigerti la mano avrebbe mai potuto baciare Totò Riina? Ancora a Perugia, nel processo per l’omicidio Pecorelli, la sentenza di assoluzione è stata ribaltata in appello e poi confermata in Cassazione. Per Andreotti si è trattato di un calvario dal punto di vista personale ma ha sopportato tutto con grande dignità e con grande rispetto per la magistratura, a differenza di quello che accade oggi con tanti imputati eccellenti.

Quale eredità lascia Giulio Andreotti dopo la fine della Prima repubblica e l’agonia della Seconda?

Grazie a lui e alla classe dirigente di cui è stato il principale protagonista l’Italia aveva una dignità nel mondo e la politica significava essere al servizio delle persone. Oggi siamo nelle mani di mediocri che stanno saccheggiando il Paese.

Giuseppe Manzotti

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