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Unioni civili: una scelta
di civiltà

Valeria Montanari

Poter affermare e registrare pubblicamente una propria personale condizione, condivisa sulla base di legami affettivi, per conferirle valore pubblico: questo è lo spirito con il quale lunedì 18 marzo il consiglio comunale di Reggio Emilia ha votato la delibera e la mozione per l’istituzione del regolamento delle unioni civili.

Credo si sia trattato di una scelta di civiltà, non permeata nella mia personale convinzione da intendimenti di natura ideologica o partitica: semplicemente la volontà di mettere nero su bianco un atto politico, e poi votarlo, per affermare – in un paese che fa del vuoto legislativo sui temi etici e morali un tratto penosamente distintivo rispetto ad altri stati europei – una necessità condivisa e trasversale, che fa capolino anche nella comunità reggiana.

E’ evidente che l’istituzione di tale registro abbia un valore legislativo e normativo limitato poiché è il legislatore nazionale ad avere competenza sulle famiglie che in Italia la legge riconosce basate sul matrimonio, come recita la Costituzione. Questo aspetto ha spinto a bollare inutile tale provvedimento da parte di coloro che si sono espressi in modo contrario o hanno scelto l’astensione: una posizione che rispetto, ma non condivido. Spesso le scelte istituzionali più avanzate adottate dal nostro paese sono state frutto di sollecitazioni nate e cresciute in seno alle autonomie locali, perché maggiormente rappresentative e in diretto contatto con i cambiamenti strutturali del vivere civile e sociale dei cittadini e delle comunità. Il fatto che diversi comuni italiani abbiano scelto o stanno scegliendo di istituire un registro nel quale le coppie che convivono possano registrare la loro condizione, fa ben sperare circa la presa d’atto e l’impegno del Parlamento di arrivare a normare questa scelta secondo diritti e doveri, così come accade in quasi tutti i paesi occidentali.

Chi interpreta le unioni civili come scelta in contraddizione con l’istituzione del matrimonio (laico o religioso che sia) credo perda di vista la differente natura che li contraddistingue: è una posizione permeata da una certa ipocrisia affermare che il sostegno alle unioni civili affosserebbe l’istituto della famiglia e del matrimonio. Resto convinta – e a me è capitato – di un fatto: chi sceglie di sposarsi, lo fa a prescindere dalla possibilità di conferire un’identità giuridica alla convivenza. Poi tante coppie provano la convivenza per approdare al matrimonio, ma c’è anche chi continua a convivere,  e non tutti lo fanno solo per scelta ma c’è chi  convive “per obbligo”, poiché la legge italiana ad esempio non prevede il matrimonio tra persone dello stesso sesso.  Non vedo come si possa interpretare in contraddizione il registro delle unioni civili all’istituto del matrimonio: si tratta semplicemente dell’estensione di un diritto, di un allargamento delle opportunità in chiave pubblica, che intercetta i profondi cambiamenti sociali e del sentire comune su un tema delicato, che tocca gli affetti delle persone. Si tratta di mettere in campo un’altra possibilità. Ora la sfida rimane capire se i cittadini reggiani conviventi intendono fare uso di questo strumento, per affermare la loro condizione e racchiuderla in un registro pubblico, per provare a tutelarla e ad affermarla come scelta. Io sono comunque particolarmente orgogliosa che la mia città possa offrire oggi questa opportunità alle persone.

Mi preme infine sottolineare due aspetti, emersi in questi giorni: il primo riguarda il partito di maggioranza che su questi provvedimenti non ha mantenuto una posizione univoca, come spesso capita sugli aspetti etici. Credo sarebbe una grande ipocrisia aspettarsi compattezza totale su un tema così delicato, che va a toccare le sensibilità morali e religiose delle persone: la maggioranza rappresenta anime e pensieri multiformi, le cui differenze contribuiscono ad arricchire il dibattito cittadino. Guai se non fosse così: sostenere il contrario sarebbe come negare l’unicità di pensiero che contraddistingue ognuno di noi.

Il secondo aspetto riguarda varie querelle scoppiate in rete circa l’attribuzione dei documenti presentati in consiglio tra Pd e Movimento 5 stelle. Il Pd ha depositato una mozione a 8 firme per l’istituzione del regolamento unioni civili (di cui la sottoscritta è prima firmataria); il giorno successivo il Movimento 5 stelle ha presentato uno schema di delibera, salutando positivamente – almeno stando alle pubbliche dichiarazioni – il documento del Pd e sostenendo al contempo che la delibera avrebbe favorito l’accelerazione dei tempi su votazione e istituzione del registro. Fin da subito è parsa chiara la volontà da parte dei due gruppi di votarsi reciprocamente i documenti, riconoscendoli entrambi spinti dal medesimo spirito politico ed ispirati a quelli votati nella scorsa estate dal consiglio comunale di Milano: sono stati poi analizzati, discussi ed emendati in due sedute di commissione consiliare. Personalmente non ho avvertito contrapposizioni o idee differenti nelle sedute pubbliche, che tutti possono ascoltare e vedere. Certo che i documenti si votano a maggioranza, altrimenti non passano: si tratta di un aspetto alla base dei processi democratici, fino a prova contraria.

Ultimi commenti

  • mi scusi, è possibile capire che uso il cittadino ne può fare?

  • Un registro serve appunto per registrarsi, palesando davanti ad un pubblico ufficiale la propria condizione di convivenza. Nella vita delle persone accadono fatti che riguardano la condizione di salute o anche altro. Il registro serve a rendere manifesta una propria volontà, anche nel caso si rendesse necessario presentare questa condizione mettiamo in ambienti dove si esprimono giudizi. Le varie corti dei tribunali hanno espresso recentemente sentenze a favore dei conviventi, anche in assenza di legislazione nazionale. Ad oggi serve soprattutto per ragioni di tutela, sebbene non ne sia garantita l’efficacia in tal senso, per le ragioni di cui sopra. Grazie x la domanda:)