Noi e il welfare danese

Cristiano Cristiani

Il Santo Graal dell’assistenzialismo: il welfare danese. Un sistema che tutela il lavoro e si occupa dei disoccupati come ci si occuperebbe di un figlio in difficoltà. Ammortizzatori, programmi di riqualificazione e reinserimento, agevolazioni fiscali per le aziende, verifiche costanti sui risultati, flessibilità e tante altre belle cose che in Italia si configurano come “parole”.

Se il nostro tecnico presidente del consiglio si facesse una vacanza in Scandinavia resterebbe impressionato dal numero di scandinavi che vi abitano. E’ una cosa sorprendente, ce ne saranno a milioni. Nemmeno a Frosinone ci sono così tanti scandinavi. Questo sbalorditivo dato statistico fa sì che il sistema scandinavo lì, funzioni davvero bene: proprio perché casualmente viene attuato in paesi ricolmi all’inverosimile di scandinavi. Questo elemento è comprensibilmente sfuggito alla ridda di tecnici e politici italiani che ormai da anni occhieggia al sistema amministrativo e di welfare nordeuropeo. Purtroppo non è l’unico dettaglio ad essere sfuggito.
Altre considerazioni, con tutta la buona volontà non si riesce a non farle. Esiste indiscutibilmente una differenza sociale grande più o meno come la nebulosa M20. A parte la popolazione (nel caso della Danimarca, meno di un decimo della nostra), in quei paesi c’è un livello di civiltà e coesione solidale che ci manda in bestia solo a pensarci. In Italia ci sputiamo in faccia tra comuni; in Lapponia non succede, anche perché se sputi si forma un cubetto di ghiaccio che ti cade sul piede fratturandoti un malleolo.

Passa probabilmente inosservato anche il fatto che tra i primi sei paesi al mondo per legalità e trasparenza nella pubblica amministrazione, ci siano Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia (il primo in questa classifica è la Nuova Zelanda). Il fatto che nel lucroso settore della corruzione, l’Italia sia l’unico paese del blocco Europa-Nord America ad essere equiparato ad una nazione del terzo mondo, è particolarmente importante e vedremo perché.

Potrà sembrare trascurabile – e per non sbagliare è stato trascurato – anche il fatto che i paesi scandinavi ospitino la popolazione che legge più libri al mondo. Oltre ad essere quelli che pagano meglio gli insegnati e che investono in ogni aspetto della cultura. In Italia, le indagini statistiche, ci dicono che le persone non leggono perché non hanno tempo. Salvo poi giustificare i lanci di sassi dal cavalcavia con l’assenza di passatempi meritevoli.

Tanto per fare l’esempio più cialtrone, in Finlandia conseguire la patente di guida prevede un iter di apprendimento e addestramento che qui da noi sarebbe sufficiente per diventare papa. Mentre in Italia guardiamo con disappunto ai 4.000 morti l’anno (e 302mila feriti) delle nostre strade, trovando particolarmente brillante l’idea di inasprire le multe. Pensate poi al tipo di rapporto che ha l’italiano con l’automobile: in Danimarca il prezzo delle macchine è quasi il doppio del nostro mercato perché sono tassate di oltre il 100% (pensavate davvero che fossero tutti ciclisti per passione?). In Italia la macchina è mezzo sociale non di movimento. Le automobili ce le tirano nella schiena perché la Fiat ne ha bisogno, paghiamo tasse di circolazione altissime per poi non circolare perché non sono euroabbastanza, il sistema viario è basato sul reciproco dito medio e la benzina è il pozzo dei desideri di tutti i governi dalla nascita della Repubblica.
Quello che incuriosisce di più è l’aspetto economico. In Svezia e in Danimarca le aziende sono considerate un bene prezioso da difendere e tutelare. Le tassazioni superano raramente il 25% (mentre sono molto più alte quelle personali), e il rapporto tra stato e azienda è basato sulla collaborazione e non sul modello di rissa da bar. Gli imprenditori sono esortati ad assumere, ma possono licenziare per ragioni produttive. Lo stato riqualifica e reinserisce i dipendenti tutelandoli con ammortizzatori sociali e la disoccupazione è ovunque, in condizioni normali, sotto il 3% (in questi tempi di crisi mondiale ha raggiunto l’8%). In Italia le aziende sono viste più come le miniere di Golconda. La “fabbrica nera” è ai massimi livelli in Europa e la produttività ai minimi.

È illuminante una conversazione intercorsa tra il responsabile di produzione di un’azienda dell’eccellenza italiana e un consulente del lavoro. Quest’ultimo chiese quante persone lavorassero nello stabilimento e il funzionario rispose “circa una su dieci”. L’attuale statuto dei lavoratori, che per larga parte è il successo di importanti e difficile battaglie sociali, mal si conforma per un popolo che vive vergogne come quella dei falsi invalidi, degli amministratori corrotti e delle connivenze tra centri di potere. Troppo spesso con la locuzione “rischio di impresa” si è giustificata la tutela di interessi personali (e a volte politici) e non del Lavoro inteso come bene comune.

Non è difficile immaginare che cosa possa succedere, in un paese burocraticizzato e infestato dal malcostume sociale, se si instaurasse un sistema di tutele e flessibilità completamente gestito dallo stato e basato su un alto livello di cultura del lavoro, sia imprenditoriale che sindacale.

Non credo ci voglia molto a capire che il nostro è un problema culturale, non normativo.

Lo statuto dei lavoratori, sebbene vada adeguato alle nuove realtà globali se si vuole in qualche modo essere competitivi, è un sistema civile e umano. La stessa nostra Costituzione viene studiata e invidiata in tutto il mondo. Eppure, nonostante i nostri prestigiosi avi, riusciamo a farci guardare con sospetto ovunque andiamo. Cerchiamo di essere ragionevoli: non è che basti copiare il sistema di un paese dove le cose vanno benino per riprendersi da una profonda crisi (anche sociale). Altrimenti potevamo copiare direttamente il modello monegasco.

Questo articolo, sul perché il sistema danese non può funzionare in Italia, poteva risolversi con “perché qui non ci sono i danesi”, ma la speranza è che insieme agli abiti, il cibo e il design, l’italian style richiamerà presto anche la coscienza civile.

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7 Responses to Noi e il welfare danese

  1. Avatar
    laross 16 Maggio 2012 at 17:42

    finalmente!
    ne sentivo la mancanza.
    letto tutto d’un fiato, come “L’albicocco al curaro”
    bravo!
    pulll

  2. Avatar
    francesca 16 Maggio 2012 at 17:49

    sempre un grande!
    bella l’idea di sputare stik
    cruman for president
    fu

  3. Avatar
    Maura 16 Maggio 2012 at 20:22

    Dov’eri finito? Era ora! Bel pezzo come al solito e con quel pizzico di ironia che non guasta.

  4. Avatar
    tizi 16 Maggio 2012 at 23:59

    Bellissimo e amaro al punto giusto, quando si sta per cadere nello sconforto totale, bravissimo ad aprire uno spiraglio si speranza (forse).
    Continua così

  5. Avatar
    lisa 17 Maggio 2012 at 12:08

    ottimo lavoro anche questa volta..

  6. Avatar
    alless 17 Maggio 2012 at 23:51

    graffiante, arguto, ironico in giuste dosi.
    Bellissimo pezzo!
    Una conferma.
    I miei rispetti…

  7. Avatar
    massimo 18 Maggio 2012 at 19:22

    Ottima foto della realtà. Ottimo anche il sottinteso: perché noi siamo ridotti così? la spesa pubblica danese non è nemmeno paragonabile per qualità a quella italiana.Che finisce nelle tasche sbagliate. I tecnici non bastano, e se li guardiamo bene non ci sono nemmeno d’esempio. Serve un pensiero nuovo per ridare speranza a un paese inzuppato nei vecchi vizi fino al punto di perder di vista la minima virtù.