Delrio Romano, non più Graziano: tutte le incognite

Alcune affilate e assodate lingue dei Cugini La Bufala sono già a buon punto nell’osannare la bellezza di Graziano Delrio ministro e la fortuna che i reggiani hanno nell’avere un uomo di e al governo. Semplicemente coglionate. Archiviate le giuste congratulazioni al primo cittadino reggiano capace di vincere, da solo o quasi, due battaglie titaniche come la presidenza Anci e un ruolo da titolare nella squadra Letta, le antenne dovrebbero tornare immediatamente sugli irrisolti fatti di casa nostra e sulle prospettive amministrative. Che ci parlano impietosamente di un anno senza sindaco, fino a quando cioè si tornerà a votare. Ce lo possiamo permettere, con tutto rispetto del promettente Luca Vecchi che si appresta a farne le irrituali veci?

La risposta è scontata; nel frattempo Delrio ha pagato il prezzo della sua “continuità” dossettiana (c’è chi lo ha tratteggiato come l’incarnazione ultima del Monaco di Monteveglio facendo un po’ di confusione involontaria tra le religioni) annunciando che rinuncerà all’indennità da sindaco (vorremmo ben vedere rinunciasse a quella ben più corposa da ministro), alle auto-blu e alla scorta.

Il dimissionario presidente Anci passerà però anche alla “storia” della cronaca politica a) per essere entrato da Pd in un governo a forte influenza berlusconiana (ricordiamo sempre che il PdL un suo leader ce l’ha e il Partito democratico per ora non più), b) per averlo fatto da esponente cattolico sempre in un governo che a prodiani e popolari ha fatto venire forti mal di pancia, nonostante i salamelecchi ufficiali. Cioè ha sostanzialmente decretato lo sfiorire anche di una Margherita già oltremodo appassita sul fronte del gradimento elettorale. Se e come conterà dalle nostre parti, dove gli epigoni dossettiani guidati da Pierluigi Castagnetti da anni ottengono il massimo risultato di potere col minimo sforzo di rappresentatività popolare, la “romanizzazione” di Delrio?

Ci si consenta una considerazione finale su un tema che ci sta particolarmente a cuore e su cui abbiamo cercato in questi mesi di mettere in guardia l’opinione pubblica: il crescente e non più controllabile disagio sociale uno dei cui drammatici effetti sarebbe stata la sparatoria davanti a Palazzo Chigi. Condannata sempre e comunque, senza se e senza ma, la violenza anche come ipotesi di soluzione ai problemi più macroscopici, sarebbe un errore imperdonabile quello che già una parte di portavoce delle istituzioni stanno dimostrando. Addossare le colpe ai tribuni televisivi e alla voce eccessiva data al malcontento italiano. C’è una sola ricetta in grado di invertire la tendenza di un malessere che ha già iniziato a sfociare in violenza: e cioè quella che i politici tornino a dare il buon esempio. Leggasi il dimezzamento del loro numero e dei loro stipendi, l’azzeramento dei loro privilegi e il ritoccamento deciso dei loro “diritti acquisiti”. Da fare immediatamente, anzi anche prima. Non basterà certo a liberare risorse necessarie alla ripresa ma a cambiare la considerazione che gli amministrati oggi hanno dei loro amministratori. Altrimenti, e lo scriviamo con angoscia, non sarà che l’inizio

Share This Post

GoogleRedditBloggerRSS