HomeAttualitàPovera Pasqua: italiani sempre più indigenti secondo Istat

Povera Pasqua: italiani sempre più indigenti secondo Istat

bello-figoL’ultimo report di Istat, aprile 2017, è di nuovo sconfortante… Tra le cifre che balzano subito all’occhio ci sono quelle su povertà e lavoro: sono più di 8 milioni gli italiani poveri, dei quali circa 4 milioni e mezzo vivono in condizioni di povertà assoluta, non possono cioè acquistare il minimo indispensabile per vivere. Gli statistici partono da un’amara considerazione: anche se gli indicatori nel complesso migliorano, i passi avanti italiani sono sempre meno di quelli dei partner europei con l’esito di sfigurare in una comparazione continentale (salvo qualche eccellenza). Questo è vero soprattutto per i mali storici del Belpaese: la produttività, l’economia della conoscenza, della formazione e il mercato del lavoro. Una menzione positiva va all’eccellenza agroalimentare e alle imprese del settore, così come la tutela dell’ambiente e i progressi fatti sul fronte della sostenibilità e dell’energia. La salute e il welfare sono buoni, ma la demografia ci gioca contro: l’indice di vecchiaia è secondo solo alla Germania.

Analizzando la situazione economica delle famiglie, l’Istat rileva che nel 2015 l’11,5 per cento della popolazione viveva in “condizioni di grave deprivazione”, 3,4 punti sopra la media europea per il nono posto tra i Paesi con i valori più elevati. La povertà assoluta coinvolgeva il 6,1% delle famiglie residenti, 4 milioni 598 mila individui. Di buono c’è che l’anno scorso la quota di persone soddisfatte del proprio bilancio familiare (50,5%) è cresciuta per il terzo anno di fila, in particolare nel Centro-Nord dove è arrivata al 56,4%. Restano problemi di diseguaglianza, misurata in termini di concentrazione del reddito: è più elevata in Sicilia e più bassa nelle regioni del Nord-est.

I conti pubblici dicono che nel 2015 il Pil pro capite italiano è ancora sotto il livello del 2012 e – depurato dei diversi prezzi tra i Paesi Ue – è inferiore del 4,5% rispetto a quello medio dell’Ue, più basso di quello riferito a Germania e Francia (rispettivamente del 23,6 e 9,2%) e superiore del 5% al prodotto interno lordo spagnolo pro capite. Tra il 2010 e il 2015 la produttività del lavoro italiana è aumentata dell’1,1%, un ritmo decisamente inferiore a quello medio europeo (+5,1%) e dei principali paesi. L’indebitamento pubblico (2,4% del Pil) del 2016 è allineato al resto del Vecchio continente mentre la pressione fiscale – scesa al 42,9%, in riduzione di 0,7 punti – ci pone tra quelli con i valori più elevati, superati tra i maggiori partner solo dalla Francia.

Il mercato del lavoro, nonostante i recenti miglioramenti, relega la Penisola in fondo alla graduatoria Ue: solo la Grecia ha un tasso di occupazione inferiore al 61,6% italiano (in Svezia si supera l’80%). E’ poi un dato disomogeneo: è forte lo squilibrio di genere a sfavore delle donne (71,7% gli uomini occupati, 51,6% le donne) come il divario territoriale tra Centro-Nord e Mezzogiorno (nell’ordine 69,4% e 47,0%). Che l’effetto positivo della decontribuzione del 2015 sia andato scemando è testimoniato dal fatto che l’anno scorso l’incidenza del lavoro a termine è rimasta invariata al 14%.

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