Referendum
L’Italia dopo Berlusconi. L’analisi di Elena Montecchi

Elena Montecchi

Si potrebbe dire che la spinta al cambiamento che si è sprigionata dai referendum ha amplificato quella che si era liberata qualche settimana fa con le elezioni amministrative.
Si è liberata una energia che ha rotto un equilibrio, grazie anche ai comportamenti nuovi di una parte degli elettori del centro destra che sono andati a votare con un unico obiettivo: suonare la sveglia a Bossi e Berlusconi e forse suonare la campanella della fine per questi due leader. Ferrara l’ha già sentita e si dedica, da vero iettatore, ai consuntivi: “E’ possibile un giudizio equanime sul berlusconismo?”
Oggi vengono al pettine e si palesano a tutti, grazie al voto di milioni di persone, sia l’evidente caduta di popolarità di Berlusconi (e quindi il venir meno della sua principale risorsa leaderistica) sia la palese frattura all’interno della Lega (e non solo sulle alleanze o meno con il PDL) che per la prima volta lascia Bossi contraddetto dai suoi colonnelli.
Le elezioni e i referendum hanno sancito la fine della doppia leadership di B and B sui loro partiti e sul paese. Per esempio gli amministratori della Lega, quelli che amministrano concretamente il patrimonio di voti del partito, sotto la pressione della base e di fronte alla necessità di politiche nazionali di sviluppo, tendono ad acquisire sempre più forza ed autonomia e a non prestarsi più, come docili pecorelle, alle politiche rigoriste di Tremonti, meritevoli o meno che queste ultime siano. Si è rotto un equilibrio e siamo in mare aperto, tutti.
Se si ripercorrono i modi e le tappe che hanno portato all’epilogo del mese di Maggio alcune considerazioni appaiono evidenti.
E’ aumentata la frantumazione del quadro politico: dentro il PDL e dentro la Lega è partita la corsa alla successione che però nessuno sa come gestire proprio per l’assenza, specialmente nella PDL, di normali meccanismi di dibattito e confronto politico. Il terrore assale tutti al pensiero di un PDL senza Berlusconi. Si leggono cose incredibili. Da un lato, con qualche giustificata apprensione, Berlusconi sintetizza: “attendono la nostra caduta per annientarci (in realtà: annientarmi)”, dall’altro, dall’alto di un’inutile pomposità, Quagliariello ci spiega che “non è possibile che tutto ruoti attorno alle dimissioni di Berlusconi”: e di che cos’altro si dovrebbe parlare? Del rilancio dell’iniziativa del governo Berlusconi-Bossi-Scilipoti?
E questo è l’altro problema: un governo di questo genere rischia di trascinare il paese in un baratro pericoloso. Tra finanziamento in deficit di non si sa quale riforma fiscale, rientro delle missioni militari (ma La Russa strenuamente si oppone…), trasferimento dei ministeri, taglio degli assegni di accompagnamento e chi più ne ha più ne metta, rischiamo di entrare in una fase ancora più buia della crisi della capacità di governo e della sua credibilità, anche internazionale.

Gli obiettivi strategici non contano più, serve qualcosa da vendere sui banchetti di Pontida e sulle televisioni del Cav. Gestire un equilibrio tra tagli e riconversione delle spese in operazioni a supporto dello sviluppo è gestire un equilibrio politico, proprio quello che è saltato per aria.
Vedremo, nei prossimi giorni, se la manovra di Tremonti sarà utile per sanare la voragine del deficit pubblico (di cui Berlusconi porta la responsabilità con i suoi 17 anni di governo) e per garantire sviluppo ed equità o se, come temo, sarà il frutto delle rivendicazioni elettorali della Lega e del PDL. Sulla manovra si misurerà anche la capacità della opposizione di indicare propri obiettivi. Berlusconi è sul viale del tramonto anche se “resisterà, resisterà, resisterà” e per questo le opposizioni, in particolare il centro-sinistra dovranno costruire al più presto una proposta di governo che stia alla base di una alleanza solida.
La crisi di Berlusconi costringe all’abbandono del facile slogan del “tutti uniti contro il Cav” e impone la definizione di una alternativa credibile. Gli elettori e tra loro quei giovani che si sono impegnati nelle campagne elettorali amministrative e referendarie, meritano delle classi dirigenti umili, coraggiose ed unite nell’intento di restituire agli italiani il desiderio di lavorare per il loro futuro.

Share This Post

GoogleRedditBloggerRSS