HomePoliticaIl Santo Rottamatore: format show di Renzi a Villalunga

Il Santo Rottamatore: format show di Renzi a Villalunga

Prima considerazione: con tutto rispetto per i tanti volontari (molti sono ragazzini): può la festa regionale del Pd svolgersi a Villalunga? Per motivi logistici, visto l’enorme flusso di autovetture renziane da esodo agostano e i notevoli disagi annessi, la risposta per noi è una sola. Sarebbe meglio di no perché le strutture hanno retto con grande difficoltà l’impatto dei seimila assetati di politica che hanno gremito, anche in piedi, sdraiati, arrampicati sugli alberi, il tripudio toscano dell’altra sera.

Ciò detto, è innegabile che Matteo Renzi abbia stracciato, in applausometro e folla richiamata, i suoi predecessori sul palco villalunghese; il reiterato Bersani e il soporifero Epifani (gli altri non ci saranno, impegnati a sbranarsi in direzionale nazionale) e che la platea abbia dato mostra di tifare alternativamente per tutti i big del partito, come se non esistessero le ben note manovre ad excludendum. Tutti bersaniani, poi tutti epifanici, infine tutti renziani.

Non a caso, rivedendo il lungo intervento di Renzi (poco sollecitato in verità dalle imbarazzanti e ridanciane domande del direttore del Tg1 Mario Orfeo), il sindaco di Firenze se l’è presa più con l’immobilismo del suo partito che non i guai giudiziari degli avversari, tradendo l’intensità delle tensioni interne che ancora impediscono di datare il Congresso e stabilire le regole delle Primarie.

Il repertorio renziano è comunque ben oliato, il meccanismo di risposta simile ad ogni domanda: chiamato ad esprimersi sulle miserie umane di questo o di quel personaggio, di questa o di quella vicenda, l’aspirante Premier (ma anche linguisticamente parlando) invita col cuore in mano e ampia gestualità, a guardare piuttosto all’Italia e al suo destino. E giù battimani a non  finire.

renzi a VillalungaPerché Renzi dice esattamente quello che la gente vuole sentirsi dire: parla al popolo perché il Palazzo intenda. Si cala tra la gente sudata per venire unto (in senso liturgico) dal consenso visibile e mediatico. Berlusconi? “Le sentenze vanno rispettate”. Letta? “Vada avanti ma non a tutti i costi”. Le Province? “Vanno abolite”. Il sistema elettorale? “Io sono un bipolarista convinto”. L’Imu? “Io a Firenze ho stangato chi vive di rendita sui palazzi ma quasi azzerato la prima casa di coppie con dei problemi”. Il Parlamento? “Basta un ramo solo, via il Senato”. Grillo? “Il vero sponsor delle larghe intese”. Larghe intese appunto? “Attenzione a non scadere nel decreto del Durare”. Le Primarie? “Non siano socchiuse”. Il Pd? “Stare insieme non contro ma per”. Le pensioni d’oro? “Uno scandalo”. Insomma i seimila erano lì perché volevano quelle risposte. Specie nel giorno in cui il Parlamento ha rinviato a data da destinarsi la questione del finanziamento pubblico ai partiti.

Lo show dialettico e semiotico di Renzi, cambiando nomi e indirizzi qua e là ma lasciando inalterata la sostanza, sarebbe piaciuto nell’ordine: al Pd (ne abbiamo le prove da standing ovation), al PdL, a Sel, ai 5 stelle e, forse, anche ai Fratelli d’Italia. Di certo ai Gruppi misti. Ricette per portare a termine quello che né Prodi, né Berlusconi, né Monti, né (al momento) Letta stanno riuscendo a fare? Nemmeno l’ombra. Ma l’arena è luogo di proclami, le cucine sono un po’ distanti, in fondo a sinistra.

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