Un’Italia diversa, l’utopia di Goffredo Fofi

Goffredo Fofi

Questo contributo e la risposta di Claudio Radaelli escono in contemporanea anche sul giornale Notizie Radicali

Alberto Biancardi*

È fresco di stampa “Zone grigie – Conformismo e viltà nell’Italia di oggi” (Saggine Donzelli), libro con cui Goffredo Fofi, partendo da alcuni saggi pubblicati di recente e da suoi interventi a convegni e incontri pubblici, traccia il quadro della realtà politico sociale odierna del nostro Paese e tenta di identificare alcune vie di uscita.

È un libro da leggere e da meditare, per molti motivi.

Basterebbero la qualità della scrittura e i frequenti rimandi a libri e film (fra tutti, il romanzo di Emmanuel Carrère “Vite che non sono la mia”, a cui si deve anche il titolo di questa breve nota…). I punti di riferimento di Fofi sono ben saldi, stabili da tempo e si collocano in un ampio territorio interdisciplinare. Inoltre, appare stupefacente come per una volta tanto i termini critica militante o coerenza siano vissuti e non utilizzati a sproposito. Si passa da Godard a Colin Ward, da Don Milani a Bonhoeffer, attraverso Aldo Capitini, Camillo Berneri  ed Alex Langer, con precisione e leggerezza, dando l’impressione che di questi autori non si sia compreso solo il significato della loro opera, ma lo si sia fatto diventare parte delle propria esistenza.

Il libro tenta di tracciare un vero e proprio percorso politico (di azione collettiva o comunque, al di là dei termini, non individuale) per uscire dall’estenuante impasse in cui la società italiana è bloccata da anni. Anche in questo caso, viene ripresa l’analisi contenuta nei precedenti lavori di Fofi (fra, tutti, “La vocazione minoritaria” e “ Da pochi a pochi – appunti di sopravvivenza”) e si fa riferimento, talvolta implicitamente, ad alcuni contributi già da tempo formulati nelle discipline sociali. Si pensi, oltre al già citato Colin Ward, a Serge Latouche, Richard Day e più in generale, ai teorici che si rifanno a movimenti quali il Mauss e l’antiutilitarismo. La sensazione che emerge seguendo questa seconda dimensione di lettura, meno letteraria e più politica, è del tutto analoga alla prima. Il testo nel suo insieme è affascinante, coerente ed è chiaro il tentativo da parte di Fofi di far avanzare, magari anche di poco, l’analisi contenuta nei suoi libri precedenti.

La tesi di fondo, che dà il titolo al libro, è che in Italia siamo in presenza di tre culture dominanti: la cultura della destra, la cultura della zona grigia e la cultura di infime minoranze di non-consenzienti. Non-consenzienti (col trattino) invece di dissidenti, in quanto giudicate da Fofi del tutto inefficaci e ormai ignare della principale lezione risorgimentale: “non portano lontano il pensiero senza l’azione né l’azione senza il pensiero”. La cultura della destra non è quella fascista , ma quella berlusconiana, “degli arraffatori senz’altro progetto che quello dell’accettazione totale del presente”. La zona grigia è popolata da coloro che vivono “passivamente, senza porsi problemi, senza opporsi a ciò che chi comanda gli propone e impone, raramente con la violenza, quasi sempre con l’allettamento del consumo”.

Per fortuna, la zona grigia è fatta di cento sfumature, dallo “scurissimo che tende al nero al chiarissimo che tende al bianco”. Ma sempre grigia è, nel senso che domina il “particulare” e l’influenza di pubblicità e dei media è elevatissima. I ricchi e i pochissimi che decidono per tutti sono quasi sempre idolatrati ed è difficile apportare anche i cambiamenti che sarebbero nell’interesse di gran parte dei cittadini.

Il progetto a cui Fofi aderisce per – diciamo così – schiarire le aree di grigio è basato sostanzialmente su due pilastri: una migliore formazione – in primo luogo scolastica – e la diffusione di buone pratiche. Il progetto potrebbe dunque essere sintetizzato nel binomio educare tramite esempi.

Questo, tra l’altro, senza l’ambizione di volere cambiare tutto e subito. Ma con l’obiettivo di selezionare comportamenti e iniziative di alto livello (di “ben fare”), capaci di diffondersi e aggregare con il tempo gli altri individui della società. Non a caso, Fofi ha intitolato il libro intervista uscito un anno fa “la vocazione minoritaria”.

Il libro riporta una serie di esempi e di aree in cui agire per scolorire il grigio che ci circonda. Leggendolo, si ha talvolta la sensazione che basterebbe poco. Magari si potrebbero iniziare semplicemente diffondendo con maggiore convinzione testi e notizie su quanto accade quotidianamente nella nostra società e, in particolare, sul fatto che la realtà attuale è molto più diversificata di quello che si potrebbe pensare facendo riferimento solo ai principali media e giornali nazionali. Fra tutti, a questo riguardo, meritevoli di particolare attenzione sono le inchieste di Rinaldo Gianola raccolte nel volume “Diario operaio. La condizione del lavoro nella crisi italiana”.

Difficile dire se questo binomio sostanzialmente procedurale (educazione e ben fare) possa consentire un vero avanzamento della nostra società. Ovviamente, in concreto, in quanto in astratto è sicuramente una prospettiva affascinante e che lascia pochi dubbi.

Non dobbiamo dimenticarci – e Fofi stesso lo fa presente più volte – che il motore delle ideologie che dagli anni ’80 dominano la scena mondiale è stato alimentato abbondantemente da obiettivi magari semplicistici, ma facili da comprendere e che non necessitavano di ulteriori approfondimenti.

Soldi, privato, egoismo, bellezza, sesso, ecc. sono stati identificati per lunghi anni come sinonimo di una parte politica ed è difficile dire se educazione, collettività, autodecisione, ricerca, ecc. potranno, almeno in parte, sostituirli o integrarli.

Certo è che se gli anni Ottanta sono davvero finiti, come hanno dichiarato all’unisono Michele Serra e Massimo Gramellini dalle pagine di Repubblica e La Stampa appena dopo le recenti elezioni amministrative, ci sarà molto a breve un gran bisogno di nuovi modelli e nuovi punti di riferimento.

Goffredo Fofi e i suoi contributi lo sono, anche per quelli che decideranno di non condividerne le idee radicali.

*economista esperto di regolazione economica. E’ direttore generale di cassa conguaglio per il settore elettrico e responsabile dell’area energia e infrastrutture di Arel

LA RISPOSTA DI CLAUDIO RADAELLI*

Nel film Fratelli in Erba (Leaves of Grass) due fratelli gemelli si parlano in modo onesto e franco per la prima volta nella loro vita. Uno (Bill) è un brillante professore di filosofia classica a Brown University, l’altro (Brady) coltiva marijuana in Oklahoma, dove i fratelli sono nati. Il secondo dice al primo: gente come te non parla mai dei problemi, delle questioni di sostanza. Tutto quello che riesci a fare è scrivere una recensione su un libro dove uno inquadra come Lacan affronta alcune questioni di Aristotele, invece che parlarci di queste benedette questioni. Il professore dice candidamente a Brady: hai colto in pieno l’essenza del lavoro accademico!

Non riesco a togliermi questo dalla testa nello scrivere una nota prendendo lo spunto dalla recensione di Alberto Biancardi del volume di Goffredo Fofi. Da sempre, dal punto di vista filosofico-politico, Fofi ha il merito di aver riportato all’attenzione delle sinistre con cui egli ha fatto il suo percorso intellettuale un filosofo come Aldo Capitini. Il quale – ecco ragazzi, finalmente ci siamo – parlava di cose molto ma molto di sostanza, come nonviolenza, l’aggiunta religiosa all’opposizione, la politica dal basso come orientamento sociale, la compresenza e il ruolo chiave dell’educazione. Schiarire le aree di grigio con l’educazione alla nonviolenza e le buone pratiche resta un grande insegnamento Capitiniano che Fofi per fortuna continua a ricordare a intellettuali e politici.

Cedo alla tentazione accademica che il Brady del film mette alla berlina non tanto per parlare di Fofi. Con la sua precedente Intervista sulle minoranze etiche (Goffredo Fofi, La Vocazione Minoritaria: Intervista sulle Minoranze, di Oreste Pivetta, Laterza, 2009), Fofi ha colto benissimo il contributo di certe minoranze alla storia politica e sociale di un paese, soprattutto di un paese come l’Italia dove le maggioranze hanno svillaneggiato la costituzione e la rule of law per un tempo lunghissimo, comportandosi in modo concretamente contrario all’etica. Non parlo assolutamente del suo ultimo libro e neppure di come Biancardi l’ha ritratto nella sua bella recensione, su cui non ho nulla di ridire.

Ma cedo alla tentazione sperando di parlare di alcune questioni che sono importanti per la cultura politica italiana – la recensione qui sopra mi ha dato quindi solo uno spunto. Questioni che forse spostano l’asse politico-interpretativo di qualche grado, come mostrano i due titoli di questi nostri contributi, entrambi presi a prestito da personaggi più grandi di noi due, titoli compatibili eppure diversi. Come direbbe Brady dopo aver gustato la sua produzione, anche una prospettiva di pochi gradi diversa fa vedere le cose in modo assai diverso.

Allora, la prima osservazione è che l’utilitarismo, il mercato, il benessere materiale che si manifesta anche nell’allungamento della vita media e altri indicatori sociali non sono dei disvalori. Liberare il sesso (visto che anche a questo si accenna sopra) era liberazione politica per i radicali negli anni ’60, lo rimane oggi. E per la nostra cultura questa liberazione è propedeutica a limitare gli effetti negativi di mercificazione – ma su questo siamo tutti d’accordo.

Se invece sono disvalori, si finisce in quella cultura politica molto vicina al pauperismo (e al casto Formigoni?) di chi negli anni lontani, dentro i salotti buoni dell’aristocrazia dei latifondi, si lamentava che gli italiani comprassero le televisioni invece che i libri. Salvo il fatto che poi la televisione ha insegnato agli italiani, un popolo dedito al dialetto, a scoprire e imparare anche una lingua nazionale. Proprio in alcune conversazioni lontane nel tempo Pannella e Pasolini si confrontarono sui rischi del pauperismo, molto forte sia tra i cattolici sia nella sinistra del paese. Il mercato non è mai stato amato in questo paese – le grandi imprese protette dalla concorrenza e gli aiuti di stato invece sì, e molto. Se manca etica pubblica non può essere colpa del mercato e di una cultura industriale che sono sempre rimasti dentro alcune minoranze fra le minoranze etiche del paese.

Se questi non sono disvalori, non sono neppure valori assoluti. Un concetto che ho imparato leggendo uno studioso dell’amministrazione pubblica inglese, Andrew Dunsire,  è quello, intraducibile anche se viene dal latino, di collibration – un equilibrio fra i due pesi della bilancia. I valori della cultura del mercato, ecco il punto, vanno fatti collibrare con una bilancia politica (non troppo grande e invadente) con quelli del rispetto della cosa pubblica, del capitale sociale, della partecipazione e della coscienza di essere cittadini e non solo consumatori-atomi. Allo stesso tempo nella cultura delle minoranze radicali che si richiamano a Capitini ed Ernesto Rossi si sente bisogno di una seconda collibrazione: questa volta sono innovazione, mercato, limiti alla crescita del settore pubblico e proprietà privata a far collibrare individuo e stato. Dall’attacco alle Twin Towers in poi  è cresciuto moltissimo il controllo degli stati sugli individui. Limitato tuttavia da tanta innovazione tecnologica e sociale. Innovazione che sarebbe impossibile in una società che trattasse come disvalori il tanto dissacrato utilitarismo e la proprietà privata.

Seconda osservazione: forse ci sono ancora oggi tanti tentativi di schiarire le aree di grigio ma non è detto che Fofi le abbia inquadrate. La società italiana ci sorprende sempre quando meno celo aspettiamo, probabilmente perché è molto meglio della sua classe politica. Ancora qualche mese fa, nella notte profonda della repubblica, ci siamo tutti stupiti delle fiamme accese da una semplice trasmissione televisiva come Vieni via con me. Anche piccole buone pratiche dal basso come lo sciopero della fame della giunta dell’Unione delle Camere Penali e la messe di firme per i cinque referendum ambientali a Milano non hanno mai cessato, a riprova che la partecipazione sale se la struttura di opportunità e di offerta politica lo permette. Penso anche alle tante azioni nonviolente e di legalità dei radicali. Proprio quelli, i radicali, che Fofi accusava di non essere abbastanza politici negli anni ’70 (anche se erano ispirati da Capitini come nessun’altra formazione politica italiana) mentre ora secondo lui (vedi La Vocazione Minoritaria) si sono messi da almeno un ventennio a fare la politiKa (anche se Capitini resta la loro stella polare).

Terza osservazione: benissimo tutto questo dibattito sull’Italia, ma non serve ogni tanto guardare oltre? Non stiamo imparando che il cambiamento dal basso, le buone pratiche, l’educazione (informatica in questo caso) arrivano dove meno te lo aspetti, dall’altra parte del Mediterraneo? E guarda che combinazione: è una spinta al cambiamento in nome di quella liberal-democrazia, quelle cose formali come la rule of law che la sinistra anti-liberale e la cultura cattolica pauperista interessata al “sociale” ci avevano spiegato essere un epifenomeno di quella cosa brutta, sporca e cattiva impregnata di libero mercato che non valeva inseguire perché il mondo arabo chiedeva ‘altri tipi’ di democrazia. Conformismo e viltà, appunto.

*Professore ordinario di scienza della politica, Università di Exeter (Uk)


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One Response to Un’Italia diversa, l’utopia di Goffredo Fofi

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    Armando Sternieri 14 Giugno 2011 at 22:22

    e un commento su questo
    http://www.7per24.it/2011/06/14/dopo-il-votoacqua-pubblica-a-reggio-rischiamo-di-pagarla-piu-cara/